Breviario di antropologia comunista – 12

La vita del comunista è assorbita dall’interesse economico. Egli riduce la complessità dell’uomo e delle relazioni umane ai “rapporti di produzione” marxiani, dai quali, a suo giudizio, dipendono non solo le istituzioni politiche della società, gli interessi di “classe” che muovono la dinamica politica, ma perfino il pensiero e l’azione dell’individuo.  Nella sua visione meccanicistica e deterministica della società umana, la cultura, il diritto, l’etica e le istituzioni sociali costituiscono la “sovrastruttura” che dipende dalla “struttura”, identificata nei “rapporti di produzione”; il posto che l’uomo occupa all’interno di tali rapporti ne fa uno “sfruttato” o uno “sfruttatore”, gli assegna il suo “interesse di classe” e determina il suo modo di pensare e agire.  L’universo dell’uomo gira intorno a un centro di gravità; la complessità dell’uomo perviene alla reductio ad unum; l’infinita varietà degli interessi umani è ricondotta alla sua base genetica: l’interesse economico. 

Questa sorta di homo economicus è ben lontana dal paradigma teorico della scuola liberale austriaca, fondata da Menger.  Mentre il paradigma liberale aiuta a spiegare le scelte economiche del consumatore e del produttore all’interno del mercato e a questo si limita, la dottrina marxiana assume l’interesse economico al centro di tutte le relazioni umane e lo configura come “causa” prima delle opzioni etico-politico-sociali degli uomini.  L’uomo non è pensato come soggetto, bensì come oggettivato nella sua relazione “produttiva” ossia come oggetto di un interesse economico che lo sovrasta.  La seconda fondamentale diversità tra l’homo economicus marxiano e mengeriano si ravvisa in ciò: la dottrina marxista sovrappone teoria e prassi, sicché assume il suo modello teorico come corrispondente alla realtà e dunque il suo homo economicus coincide con l’uomo vero (secondo l’assunto); la dottrina liberale ha consapevolezza che il modello teorico offre un criterio di discernimento della realtà di mercato, ma nulla di più; tale archetipo ideale aiuta a comprendere e spiegare i fenomeni economici, tuttavia l’uomo in carne ed ossa differisce dal modello tipologico.  Il liberale è consapevole che il suo homo economicus non vive sulla terra, come la figura geometrica del triangolo non esiste in natura, ma solo nella mente dell’uomo. Al contrario, la dottrina marxiana fa del triangolo, non già una costruzione del pensiero, bensì un elemento della realtà “oggettiva”.

Orbene la dottrina marxista, che mette al centro delle relazioni umane l’interesse economico, non seduce certo l’asceta che si appaga di contemplare il “creato”, bensì colui che nella sua stessa vita mette l’interesse economico al centro di tutto. La forza attrattiva della dottrina politica si indirizza necessariamente verso chi simpatizza per i suoi assiomi, trovandoli corrispondenti al proprio sentire ideale.  Non si tratta di sapere scientifico, bensì di un insieme sistematico di idee e valori verso i quali si dirige l’adesione del seguace, per condivisione di valori e “simpatia” ideale (in senso strettamente conforme alla radice etimologica greca – sun-patos – ossia passione comune).  La centralità dei “rapporti di produzione” nella cosmologia marxista trova, dunque, necessaria corrispondenza nella priorità dell’interesse economico nell’ambito della scala di valori, in ragione della quale risulta organizzata la vita del comunista. 

Egli trova essenziale la distinzione di fondo tra ricchi e poveri, tra “sfruttatori” e “sfruttati”, e la erge a criterio interpretativo di tutti i possibili conflitti umani, proprio perché la dimensione economica della sua vita è prioritaria e assorbente e dunque immagina che tutta la dinamica delle relazioni umane ruoti intorno a quell’unico e fondamentale interesse.  I beni materiali e il denaro, che consente di acquistarli, sono la base essenziale della sua vita e perciò immagina che la vita di tutti noi sia scandita da questo solo metronomo.  Il tic-tac della vita individuale del comunista e il tic-tac della vita associata, nella sua rappresentazione mentale, sono scanditi da un solo metronomo: l’interesse economico.  Per esempio, egli interpreta i fatti di terrorismo internazionale in termini di lotta economica; non immagina che qualcuno possa combattere una guerra contro l’occidente, perché odia l’occidente, in nome di un Islam estremizzato; non immagina che possano sorgere conflitti di civiltà o conflitti di nazioni; ipotizza solo conflitti tra “ricchi” e “poveri”.  Alla base di tutto vede il denaro.  Stigmatizza l’altrui avidità, ritenendola la fonte di ogni male, perché non ravvisa altra possibile origine e dunque egli stesso deifica il denaro, ritenendolo causa di tutto.  La sopravvalutazione dell’impatto sociale del denaro nasce dalla sopravvalutazione del denaro in seno al proprio microcosmo.

Quest’unico criterio di lettura del divenire umano immiserisce l’uomo e lo riduce alla sola dimensione economica. L’uomo a una sola dimensione, da soggetto pensante e dotato di libero arbitrio, regredisce a succube dei “rapporti di produzione” e dell’appartenenza di classe; da portatore di nobili aspirazioni e variegati interessi materiali e immateriali, è ridotto al rango di essere vegetativo, meccanicisticamente determinato dall’interesse economico.  Per conseguenza, la politica dei comunisti si proietta su un unico obiettivo: redistribuire la ricchezza prodotta dai privati e modificare, se necessario, gli assetti proprietari, per giungere all’uguaglianza economica.  Il nocciolo dei programmi politici socialcomunisti consiste inevitabilmente nel togliere agli uni per dare agli altri; lo Stato redistributore non si pone il problema di agevolare l’iniziativa dei privati, in quanto fonte di ricchezza; non si cura della semina, passa direttamente al raccolto, che viene taglieggiato e redistribuito.  Alla base di tutto c’è l’uomo comunista, che, ponendo al centro della sua esistenza l’interesse per i beni materiali e il denaro, è dominato dalla continua preoccupazione che altri ne possieda in eccesso.  Ha un solo metro di giudizio; misura la felicità/infelicità delle condizioni di vita, sue e dei suoi simili, in termini rozzamente quantitativi, in funzione del possesso dei beni materiali-  La proprietà e il reddito sono le cure che assorbono la sua esistenza, come la redistribuzione è la cura fondamentale del programma politico socialcomunista.

Al tirar delle somme – avendo osservato le ragioni profonde della propensione del comunista al moralismo, al giustizialismo, all’ingenuità unita alla supponenza, alla “burocratofilia”, alla diffidenza e sospettosità, all’ambizione disgiunta dal merito, alla cavillosità e al “doppiopesismo”, all’invidia sociale, alla paura fobica del domani e infine alla sopravvalutazione dell’interesse economico – ci si avvede che della sua presunta superiorità antropologica rimane ben poco.

FINE


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