Breviario di antropologia comunista – 2

Il comunista non  accetta  la condizione naturale dell’uomo: la diversificazione e la disuguaglianza dei talenti e delle risorse d’intelligenza e intraprendenza, che costituiscono invero la risorsa più grande del consorzio sociale.  Sovrappone all’essere il dover essere; non ama l’uomo com’è, ma vagheggia l’uomo come dovrebbe essere (a suo giudizio).  In ragione di ciò, la dimensione politica della vita umana diventa centrale e assorbente nella cosmologia comunista.  Solo per via politica e mediante la coercizione esercitata dal potere costituito, la condizione di natura può essere forzata fino al raggiungimento del punto desiderato dell’omologazione universale.  S’intende che quella meta è irraggiungibile nella sua interezza, tuttavia costituisce pur sempre l’orizzonte di riferimento, il fine tendenziale, l’ispirazione di fondo della politica comunista. 

Orbene, tale programma politico, preso in considerazione nella sua purezza astratta, coincide con una sorta di (impossibile) palingenesi universale, che suppone un uomo nuovo e diverso da quello che è; ma per quanto ristretto alla concreta ricerca dell’omologazione possibile, non può consistere nel laissez faire, che prende atto della disuguaglianza e non se ne adonta.  E’ comunque un programma ambizioso, proprio perché indirizza l’agire umano verso una meta prefigurata e non si limita al laissez faire.  Sicché la politica diventa, oltre che autoritaria (come abbiamo già visto), centrale e assorbente, al punto che cedono gli argini tra la politica e l’etica, nonché tra la politica e il diritto.

Il comunista non può che essere un moralista.  La sua visione del bene è tendenzialmente totalizzante, proprio perché la politica “livellatrice” non può essere giustificata in termini di riconoscimento della libertà individuale e allora deve essere giustificata come ricerca del Bene e coazione al Bene.  Solo per il tuo Bene, posso soffocare la tua libertà.  Dunque la politica autoritaria – che non lascia fare – non può giustificare se stessa, se non ricorrendo alla suggestione del Bene superiore, che si impone sulla libertà dell’individuo, non già per mera opportunità contingente e opinabile, bensì per la sua assiomatica e inconfutabile superiorità.  Per questa via, la regola costrittiva, che limita la libertà della persona, diventa una regola virtuosa e giusta, in quanto diretta a un Bene assiomaticamente superiore. 

Ovviamente il parametro di questa superiorità non può che essere etico.  Se la norma costrittiva fosse giustificata dalla sola opportunità politica, sarebbe per ciò stesso discutibile; l’asserito bene della collettività e il diritto della persona starebbero sullo stesso piano e non si vede perché l’uno dovrebbe soccombere all’altro a priori, sempre e comunque.  Ben diversa è la superiorità etica dell’”altruismo” e della “socialità” sull’egoismo individuale. Il diritto della persona non siede più sullo stesso piano degli interessi collettivi, nella misura in cui questi vengono asseriti come eticamente superiori. E dunque, in ultima analisi, il Bene asserito dal comunista è sempre un bene politico e al contempo un supremo Bene etico.

Questa commistione tra etica e politica fa del comunista, per necessità logica, un moralista.  Il suo moralismo non si esercita solamente nel propugnare il suo orientamento politico, per definizione altruistico solidaristico e sociale, ma anche nel minuzioso controllo del comportamento altrui, che deve essere correttamente indirizzato all’altruismo, al solidarismo e alla socialità.  E’ evidente che la legge e gli atti normativi subordinati non possono contemplare e regolare l’infinita gamma dei comportamenti umani e per quanto il legislatore comunista si sforzi di essere onniveggente, onnipotente e onnicomprensivo, le norme giuridiche non possono adeguatamente sanzionare tutti i comportamenti difformi.  Sicché il controllo sociale di conformità deve essere più esteso, rispetto a quello affidato all’apparato coercitivo ufficiale, e ogni cittadino deve divenire il controllore del suo vicino. Ovviamente tale controllo del quisque de populo non è sorretto automaticamente dalle misure sanzionatorie giuridiche, ma ciò non vuol dire che manchi del tutto l’efficacia costrittiva.  La coazione si esercita, in questo caso, per due vie.

La prima via è la delazione generalizzata.  Il cittadino controllore denuncia la difformità altrui all’autorità competente, preposta all’irrogazione della sanzione, e dunque il meccanismo sanzionatorio si mette in moto comunque, sia pure per via indiretta, assicurando così l’efficacia della coazione.  L’altra via è la disapprovazione sociale, la quale per quanto blanda è comunque una forma di sanzione efficace e dissuasiva.  Ogni uomo tende all’approvazione sociale dei suoi comportamenti, da cui dipendono la reputazione e il rango acquisiti nella scala sociale, cosicché la disapprovazione dei consociati lo affligge e lo umilia.  Orbene, tra tutti i possibili cittadini-controllori, il comunista è il più bravo e il più occhiuto, essendo profondamente convinto dell’intrinseca moralità dei suoi orientamenti politici.

Nel momento in cui la politica invade il campo della morale, si restringe altresì il campo della religione e mutano i connotati della fede religiosa.  Ne deriva che la (possibile) religiosità del comunista è sempre leggermente blasfema e riveste un ruolo secondario. Tutte le religioni tendono a rispondere alla domanda di felicità dell’uomo, partendo da un comune denominatore, che può ravvisarsi, da un lato, nell’accettazione dell’imperfezione umana e, dall’altro, nella prospettiva escatologica e ultramondana. Orbene, quando cambiano i punti di riferimento – a partire dall’accettazione dello stato di natura – e si pretende utopisticamente la “felicità” su questa terra, non dico che venga meno automaticamente la figura di Dio, ma ne viene meno la centralità.  I modelli comportamentali più significativi e rilevanti nella vita quotidiana non consistono più nei precetti morali derivati dalla parola di Dio, bensì nella pedissequa osservanza dei Verbo dell’autorità politica che orienta gli uomini verso il Bene.  Può rimanere la scorza esterna della fede religiosa, ma viene meno la sua attitudine a orientare i comportamenti umani e l’autorità religiosa si riduce ad ancella dell’autorità politica.

Al contempo, l’antropos comunista non può che essere giustizialista, nel mentre la politica invade il campo del diritto.   (2- continua)

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