Breviario di antropologia comunista – 6

Il comunista predilige i rapporti umani impersonali, privi di affectio; nei casi estremi è del tutto anaffettivo.  Il mondo sognato dal comunista è la proiezione della sua personalità interiore, per una sorta di transfert psicologico: poiché la  sua vita è improntata al principio della diffidenza, il  suo programma politico non può che essere quello della società uniforme, dominato dalle leggi della burocrazia pubblica. Egli aborre il mercato e le libere relazioni economico-sociali, perché in ultima analisi diffida dei suoi simili, come il burocrate dei cittadini-amministrati.  Alle relazioni di diritto privato vuole sostituire quelle di diritto pubblico, perché solo queste ultime rispecchiano la sua intima personalità.  Ce ne rendiamo conto, raffrontando le due tipologie di rapporti umani.

Se un alieno scendesse sulla terra e osservasse alcuni comportamenti umani, li troverebbe strani.  In una piccola isola del Mediterraneo, supponiamo Linosa, vivono alcune centinaia di abitanti che, per forza di cose, si conoscono bene vicendevolmente.  Il maresciallo dei Carabinieri vive da tempo nell’isola e ne conosce gli abitanti uno per uno; e perfino la loro ascendenza, discendenza e le relazioni di parentela.  Malgrado ciò, quando uno degli abitanti si reca presso il suo ufficio per denunciare lo smarrimento di un assegno bancario di piccolo importo, gli chiede un documento d’identità, i cui estremi registra nel verbale di denuncia.  In una metropoli di milioni di abitanti, Tizio non conosce personalmente Caio, cardio-chirurgo di chiara fama, dal quale si reca per sottoporsi a una rischiosa operazione, ma non gli chiede il documento d’identità, né il certificato di laurea.  Il nostro alieno, non aduso alle cose umane, troverebbe strano che, nel primo caso, dove sono in ballo interessi di poco conto, una persona, che conosce bene l’altra, chieda un documento per accertare un’identità personale risaputa e più volte verificata; e nel secondo caso, dov’è in ballo la vita, una persona si affidi all’altra, senza ricevere alcuna certificazione dell’identità personale e della perizia tecnico-professionale.  

Ciò che sarebbe arcano per l’alieno è ben chiaro all’uomo della strada: nel primo dei casi esemplificati, le relazioni umane intuitu personae sono pretermesse e prevalgono le formalità del rapporto tra l’autorità investita di una funzione pubblica e il cittadino; nel secondo, sono implicati rapporti di tipo paritario, non formali, basati sull’affidamento personale.  I rapporti di tipo privatistico sono fondati sul principio dell’affidamento; i rapporti di tipo pubblicistico sul principio opposto, della diffidenza.  Il burocrate è istituzionalmente diffidente, per la natura stessa del suo ufficio.  Chi fa affidamento sull’altro, opera una scelta e se ne assume il rischio; il burocrate, non sceglie e non rischia, per il fatto stesso che si limita a eseguire.  I suoi atti disinteressati seguono un percorso obbligato, nel quale sono escluse l’opinabilità e la discrezionalità, giacché non obbediscono all’intuizione soggettiva, bensì alla logica astratta e impersonale della direttiva superiore.  Sono avulsi dalla sfera cognitiva e sentimentale dell’individuo agente e prescindono da qualsivoglia affectio amichevole e fiduciaria.

Ebbene, laddove i rapporti di diritto pubblico invadono tutti i campi della vita associata, si sviluppa la diffidenza reciproca dei cives, che ingessa le relazioni umane e ostacola lo sviluppo sociale.  Ciò è ben evidente, perché le procedure di accertamento e documentazione dei requisiti appesantiscono l’instaurarsi di qualsivoglia relazione umana (economica o meno) e ritardano inevitabilmente il soddisfacimento degli interessi delle parti.  L’ingresso della burocrazia nelle relazioni umane le rende inevitabilmente meno agili, meno dinamiche e più complesse; e soprattutto le rende impersonali, protocollari e prive di affectio.  Il mondo dell’uniformità coincide necessariamente col mondo della diffidenza e del sospetto.

Siffatta società, in cui il coefficiente della miscela diffidenza/burocrazia è molto alto, è una società infelice, perché arretra il principio di buona fede e viene sostituito dal criterio della regolarità formale degli atti.  L’affidamento è basato sull’apparenza e l’apparenza si presume corrispondente alla realtà; ciò comporta il dovere di entrambe le parti del rapporto giuridico-economico di agire in buona fede, in modo da non tradire l’affidamento altrui.  Ognuno deve tener conto di ciò che l’altro si attende da lui e non deve tradirne l’aspettativa.  Il giudice, chiamato a risolvere la controversia insorta tra i due, accerta le reciproche pretese basate sull’apparenza di buona fede, ossia basate su ciò che l’uno ha fatto credere all’altro, premia il comportamento di buona fede e sanziona quello di mala fede.  Nei rapporti con la pubblica amministrazione, esula qualsivoglia affidamento; ciò che si chiede al cittadino non è il rispetto del principio di buona fede, bensì il solo ossequio alle tante regole dettagliate che disciplinano il caso.  Siffatta conformità cartolare e formale appaga pienamente il burocrate, perché lo sottrae alla sola responsabilità che grava su di lui e incupisce i suoi pensieri: quella di non rispettare il protocollo.  Purché sia rispettato il protocollo, pereat mundus.

Sono facilmente intuibili le conseguenze.  Mentre nella sfera dell’autonomia privata sono premiate la capacità di scegliere, l’iniziativa personale e la buona fede; nei rapporti burocratici, sono premiati lo zelo mansueto e la fedeltà alle prescrizioni superiori, quand’anche siano sorretti dalla furbizia di mala fede.  Nella società iperburocratizzata, in cui il principio di buona fede ha un vigore minimo e residuale, mentre, per converso, l’incidenza del criterio di regolarità formale e cartolare è molto ampia, vivono a proprio agio le personalità mediocri, prive d’iniziativa, che costruiscono la loro vita intorno a un “archivio”, nel quale trovano posto tutte le “pratiche” delle loro vicende personali.  Il comunista è sedotto dalla prospettiva della società uniforme, perché diffida dei suoi simili e, proprio per questo, non vuole correre il rischio di sbagliare nell’affidarsi a uno di loro.  La sua naturale sospettosità gli fa preferire i rapporti impersonali e protocollari; egli desidera il mondo dell’uniformità, perché vi trova la copertura dal rischio.  In ultima analisi, preferisce vivere in una nicchia, perché ha paura di stare all’aperto; vuole la società comunista, ama la “massa”, ossia l’umanità informe e astratta, perché diffida dell’uomo in carne ed ossa.

(6/ continua)

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