Breviario di antropologia comunista – 8

In ogni comunista vive un “azzeccagarbugli”, un leguleio attento a commi e codicilli, virgole e minuzie, molto abile e astuto nello scovare, all’interno del groviglio kafkiano della normazione vigente, eccezioni di favore ai principi di diritto.  Ciò si deve al fatto che i principi basilari della civiltà giuridica hanno due grandi nemici: l’idealismo e la politica redistributiva; entrambi fanno parte integrante del patrimonio culturale del comunista.  Il primo nemico apparecchia la causa giustificatrice delle eccezioni, in guisa di mezzo necessario in vista dell’idea-fine; il secondo nemico frantuma l’ordinamento giuridico e disperde la regola basilare in mille rivoli di eccezioni ed eccezioni all’eccezione.

Si è portati a pensare che il nobile ideale sia sintomatico della nobiltà d’animo di chi lo persegue e parimenti che il fine sociale sia nobile di per sé, in raffronto al meschino fine individuale.  L’assunto non è del tutto errato, tuttavia è semplicistico.  Di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno; l’adagio ci lascia intendere che la proclamata “socialità” non è necessariamente foriera  di buoni risultati e si può certamente dubitare del disinteressato altruismo di tanti paladini del “Bene comune”.  Ma a prescindere da ciò, preme sottolineare che la relazione tra i principi di diritto e la grandezza dell’idea-fine è esattamente opposta a quella comunemente congetturata in maniera semplicistica:  quanto più grande è il fine, tanto più sono giustificati i mezzi per raggiungerlo, “costi quel che costi”, anche a costo di sacrificare i principi di diritto.  Ovviamente, della grandezza dell’ideale comunista “puro” non c’è proprio da dubitare, dal momento che si identifica con la redenzione dell’intera umanità; ma non meno grandi sono i moderni ideali neocollettivisti, ecosostenibili, globalisti e politicamente corretti.  Chi è pienamente convinto della causa antropica del global warming non esiterebbe un attimo a istruire un processo sommario, in barba al diritto interno e alle Convenzioni internazionali, nei confronti di quel capo di Stato che rifiutasse di sottoscrivere il protocollo “salvifico” (supposto idoneo a impedire che la temperatura del pianeta terra aumenti di un grado).  Cosa varrebbe la libertà di un solo uomo di fronte alla salvezza del pianeta?

Il comunista, pronto a sacrificare le regole basilari della convivenza al fine superiore, è altresì incline a seppellire la regola generale in una voragine di eccezioni.  Tutti i socialismi/collettivismi hanno in comune l’idea che l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge sia poca cosa, trascurabile in quanto pura forma, da sacrificare in nome di un’uguaglianza più pregnante e significativa, la cui “sostanza” risiederebbe nella redistribuzione della ricchezza.   La strada per raggiungere codesta uguaglianza sostanziale è quella di rinnegare la norma generale, uguale per tutti, giacché non si possono fare “parti uguali fra diseguali”.   E’ necessario dunque adottare regole diverse per condizioni diverse; avvantaggiare gli uni a discapito degli altri; togliere agli uni per dare agli altri; favorire e sfavorire; incentivare e disincentivare; ingerirsi nelle libere contrattazioni dei privati, a “tutela” del contraente “più debole” s’intende; programmare lo sviluppo; intervenire nei processi di produzione, promuovendone alcuni e discriminandone altri.  Da siffatta tutela selettiva e discriminatoria degli interessi in gioco deriva una legislazione mirata, selettiva e frammentaria, che fa venir meno l’unica uguaglianza realizzabile su questa terra e cioè quella dei diritti  e degli obblighi, mentre non si perviene in ogni caso all’uguaglianza utopistica di risultato, ispiratrice della legislazione di favore e disfavore.  In verità la diseguaglianza di diritti e di doveri, discriminando categorie e gruppi, sottocategorie e sottogruppi, mentre genera una normazione caotica e contorta, aggiunge disparità a disparità e non realizza di certo alcuna giustizia.

L’utopistica uguaglianza sostanziale, portata alle estreme conseguenze, postula provvedimenti ad personam e comandi individualizzati, specificamente adatti ai casi singoli in cui si annidano le “disparità“ iniziali da dover rimuovere.  Infatti la conoscenza dei mille particolari dei mille casi concreti di una vasta comunità umana non può fare capo a un solo soggetto, sicché l’autorità politica centrale, nel rigoroso perseguimento della sua finalità redistributiva, sarebbe costretta a delegare ai funzionari periferici la competenza a prendere provvedimenti ad personam.  Insomma, il rigoroso perseguimento dell’uguaglianza sostanziale sostituisce il concreto all’astratto, il particolare al generale, fino a discernere e isolare la situazione personale, e pertanto sostituisce la regola con il provvedimento amministrativo individualizzato, il diritto con l’arbitrio (del funzionario di turno).  Tale limite estremo non è meramente congetturale; di fatto è stato raggiunto, laddove il più radicale dei socialismi, quello “reale”, ovvero comunismo allo stato “puro”, ha avuto la ventura di insediarsi per compiacere la Storia.

Il limite estremo della “purezza” bolscevica ci aiuta a capire i guasti inevitabili di tutte le politiche redistributive, che seducono l’anthropos comunista.  L’interventismo dello Stato, in funzione redistributiva, genera inevitabilmente una legislazione sovrabbondante e complessa, nella quale riesce difficile discernere la regola da seguire, giacché non vige la norma valida erga omnes, bensì quella eccezionale, valida per la categoria di specie, o magari l’eccezione all’eccezione, valida per la sottocategoria, o magari l’eccezione all’eccezione dell’eccezione, valida per la sottospecie della sottocategoria. 

Ma infine è questo ciò che seduce il comunista.  Il Castello di KafKa, non a caso pensato e scritto nel pieno vigore del comunismo sovietico in Cecoslovacchia, è il suo vero habitat.  Qui il comunista può esercitare tutta la sua raffinata perizia di leguleio, può piegare il principio di diritto al suo tornaconto personale, per la semplice ragione che il principio vale nulla o comunque ben poco.  Può impunemente essere “doppiopesista” e perfino “triplopesista”, giacché la legge per i nemici si applica, per gli amici si interpreta.  Nel groviglio normativo delle tante regole ed eccezioni, ed eccezioni alle eccezioni, è bravissimo ad aggrapparsi al codicillo giusto, valido per sé e i suoi compagni di viaggio; per la cronaca, quel lungo viaggio che li porta verso il nulla. 

E s’intende che l’Italia primeggia nel mondo occidentale nella costruzione del Castello di Kafka; e anche questo non è un caso. Dimentichiamo forse che questa è la patria del più grande partito comunista del mondo occidentale, mai defunto e rigeneratosi sotto altre spoglie?  L’egemonia culturale comunista, alla quale i liberali hanno saputo opporre ben poco, ha prodotto in Italia un mostro di circa 200.000 leggi e leggine.  La più tipica formula verbale di cotali atti, che usurpano la qualifica “legislativa”, è pressappoco la seguente: “la parola perché di cui alla lettera …. del comma …. dell’art. …. del D.L n. … del ….   , convertito con modifiche nella L. n.  ….. del …. , è sostituita dalla parola poiché”.  L’ignaro cittadino, che abbia avuto la pazienza di andare alla ricerca degli atti legislativi richiamati, magari scopre che, di rinvio in rinvio, si arriva fino a qualche Regio Decreto e alla fine capisce ben poco.  Ma non è il caso di allarmarsi; ci sarà pure un vicino di casa comunista, benevolmente disposto a spiegargli perché il perché è stato sostituito dal poiché.    (8/ continua)

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