Breviario di antropologia comunista – 9

Il comunista è classista; davanti a sé non vede la persona del suo simile, bensì la classe, vera o presunta, cui la persona appartiene.  Nell’universo comunista non ha posto la persona individuale, con “croci e delizie” uniche e irripetibili,  ma solo ciò che la accomuna alle altre, a partire dal ruolo nei conflitto tra (supposti) sfruttati e (supposti) sfruttatori.  La supposizione di questo eterno conflitto costituisce la base essenziale e il comune denominatore di tutte le possibili declinazioni e sfumature della cultura politica comunista o paracomunista.  Se le ingiustizie di questa terra non fossero tutte riconducibili al malvagio sfruttamento delle risorse economiche da parte dell’ingordo ed egoista capitalista a danno della forza lavoro, non avrebbe ragion d’essere la dottrina “redentrice” e il programma politico “redentore”, di stampo egualitaristico; infatti, la fonte prima e originaria della disuguaglianza risiede, secondo la logica comunista, in cotale “sfruttamento”, pertanto, solo eliminandone la radice, si può pensare a un mondo di uguali, ossia “redento”.  Ebbene l’idea della coesistenza, necessaria e conflittuale, della classe sfruttatrice e della classe sfruttata è pienamente erronea.

La prima ragione dell’errore risiede nell’immaginare che la ricchezza economica sia una grandezza a somma zero: che ciò che prende l’uno lo sottrae necessariamente all’altro, mentre rimane immutata la somma totale dei beni disponibili.  In questa logica, la ricchezza è vista come un insieme di risorse chiuso e immodificabile, una torta divisa a spicchi; lo spicchio più grande trova corrispondenza in uno spicchio più piccolo; qui appunto starebbe la radice della “disuguaglianza”.  In verità, la ricchezza dell’uomo non consiste tanto nel fatto di disporre delle risorse naturali, quanto nella capacità di utilizzarle, al fine di soddisfare i suoi bisogni.  Con l’ingegno e la tecnologia, l’uomo può migliorare l’utilizzo delle risorse, sicché la ricchezza non è una quantità data e predefinita una volta per tutte.  Il petrolio, fino a quando non è conosciuta e applicata la tecnologia che lo trasforma in energia, non costituisce risorsa economica.  La ricchezza non è la manna che cade dal cielo e rimane inerte sui campi, fin quando il più vorace se ne appropria sottraendola al meno vorace; è la conseguenza dell’operosità e dell’inventiva umane; non corrisponde a una grandezza definita e predeterminata, perché l’opera e l’ingegno dell’uomo hanno potenzialità incommensurabili e imprevedibili; non è a somma zero, perché il vantaggio dell’uno non è condizione dello svantaggio dell’altro.  La ricchezza di tutti può essere aumentata, senza il necessario impoverimento di taluno.  Da qui l’esigenza della cooperazione, che si realizza mediante la divisione del lavoro.  E se tale divisione corrisponde all’interesse di tutti e di ciascuno, non si vede in che cosa consista lo “sfruttamento”, insito nel supposto conflitto di classe.

La seconda ragione dell’errore risiede nell’immaginare che i rapporti di produzione “capitalistici” costituiscano la struttura portante delle nostre società occidentali, mentre l’ordinamento politico democratico ne costituisca la sovrastruttura.  In questa supposizione, di ascendenza marxiana, si inverte la relazione tra la politica e l’economia: sono state e sono le condizioni di libertà garantite dal quadro politico a determinare il progresso economico delle società occidentali, denominate dispregiativamente e semplicisticamente “capitalistiche” (Pellicani, Le sorgenti della vita, ed. Marco). Questa semplice e banale verità viene dimenticata, perché ammetterla significherebbe confutare l’assunto di fondo, secondo cui i poveri sono poveri per colpa dei ricchi.   Nel mondo globalizzato di oggi, l’asserito rapporto di sfruttamento, insito nel conflitto di classe supposto dal comunista, ha assunto dimensioni sovranazionali e si instaura tra l’occidente capitalistico, nella veste di sfruttatore, e il “terzo mondo”, nella veste di sfruttato.  Nella logica unidimensionale del comunista, la musica è sempre la stessa: l’egoista vuole per sé una fetta di torta più grande, a danno del fratello povero; in questo conflitto economico c’è la radice di tutti i mali della terra.   Nella Weltanschauung comunista, la complessità dei rapporti umani lascia il posto all’uomo unidimensionale, perennemente affaticato dalla lotta per la “torta”. 

Si trascura un piccolo particolare, storicamente verificabile con grande facilità: l’arretratezza economica del c.d. terzo mondo è dovuta, in grande misura, proprio ai regimi dispostici e illiberali che vi si sono insediati; non è colpa dell’occidente “sfruttatore”, bensì frutto della spoliazione operata dal satrapo di turno, che nega la libertà ai propri sudditi.  E infatti, in quei paesi dell’area terzomondista nei quali ha avuto la ventura di insediarsi un ordinamento di pacifica convivenza, basato su istituzioni liberali, le condizioni economiche sono immediatamente migliorate.  Sfugge poi il grande apporto storico del cristianesimo alla civiltà occidentale; la dottrina cristiana della dignità della persona umana e dei diritti naturali di libertà ha certamente contribuito a creare le condizioni della prosperità economica; non si spiegherebbe altrimenti la coincidenza dell’area geografica della civiltà cristiana con quella dell’occidente, denominato “capitalistico”.

Il comunista non coglie questi nessi e immagina un uomo ridotto alla dimensione economica, egoisticamente proteso a danneggiare il suo vicino, per accaparrarsi una fetta più grande della torta.  Vede dunque nella persona di fronte a sé non già un uomo libero, senza vincoli di classe e di appartenenza, bensì una delle due parti in perenne conflitto: o uno “sfruttatore” o uno  “sfruttato”.  I suoi rapporti umani sono inevitabilmente distorti da questa scorretta percezione della realtà; non sono fluidi e semplici, perché non corrono tra persone individuali, bensì tra persone tipologiche; acquistano spontaneità dopo lungo tempo, dopo essere stati mondati a fatica dal pregiudizio iniziale e dalla classificazione categoriale.  S’intende che il comunista “puro” considera tutti gli “sfruttatori” di questa terra dei “nemici di classe” e giammai intratterrà con loro rapporti di amicizia, mentre il comunista meno estremo si concederà qualche strappo alla regola, ma potrà superare il complesso di colpa solo a costo di tante faticose meditazioni.  S’intende altresì che il pregiudizio riguarda non solo gli “sfruttatori” per via diretta, bensì anche i sostenitori politici degli “sfruttatori”, “sfruttatori” essi stessi per via indiretta. 

E’ chiaro poi che, nell’immaginare un mondo di sfruttatori e sfruttati, nonché una persona umana unidimensionale, alla perenne ricerca dei beni economici, in verità il comunista proietta se stesso sugli altri.  E’ la sua supervalutazione dei beni economici ciò che gli fa vedere una società di uomini in perenne conflitto per l’acquisizione di tali beni.  Ed è la sua presunzione di appartenere alla classe giusta, quella dei “non sfruttatori”, che gli fa ravvisare il nemico di classe nel suo simile e glielo fa additare come “classista” o “razzista”.  In verità è lui che vede ovunque, all’interno del consorzio umano, contrapposizione di classi e di razze, immaginando uno “sfruttamento” di una classe sull’altra o di un popolo sull’altro; ed è lui che aborre il supposto sfruttatore e perciò esercita su di lui il suo classismo-razzismo.  Se è vero che omnia munda mundis, è anche vero che omnia immunda immundis. (9/ continua)

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