Destra e sinistra

La summa divisio tra Destra e Sinistra non dice tutto delle differenze di fondo ravvisabili nei programmi delle forze politiche; ma dice qualcosa di molto rilevante, la cui validità persiste nel tempo, malgrado una certa improvvisata narrazione la ritenga superata da una sopravveniente  “liquidità” dei confini.  Le ideologie non sono morte d’incanto; sono sopravvissute alle sconfitte della Storia e si sono rigenerate sotto altre spoglie, rimanendo tuttavia fedeli a se stesse.   E forse, proprio in  ragione delle mutazioni genetiche di un virus ideologico mai defunto, lo spartiacque fra Destra e Sinistra è oggi ancora più importante di ieri, poiché fa luce sulle ascendenze storiche del “mutante”.  Il senso della summa divisio e la sua persistente validità sono lucidamente descritti, nel saggio di Don Beniamino Di Martino, di prossima pubblicazione sulla rivista “Storia libera” (www.storialibera.it), anticipato, per grandi linee, nel secondo capitolo del suo libro “Per un libertarismo vincente” (ed. Tramedoro).

La Sinistra trova la sua radice storica nella rivoluzione francese del 1789, mentre la Destra può trovarla nella “rivoluzione” americana del 1776, la quale in verità deve essere considerata una reazione dei coloni americani alla pretesa assolutistica della corona britannica e dunque una “controrivoluzione”, secondo Di Martino.  Con la rivoluzione giacobina si edifica lo Stato moderno: dalla frammentazione dei poteri e dal policentrismo decisionale e territoriale, si passa allo Stato centralizzato, che assomma in sé tutti i poteri sovrani.  Nella visione giacobina, i diritti individuali non preesistono allo Stato, sono concessi dal potere sovrano, mediante un proprio atto deliberativo.  Al contrario, le tredici colonie che sottoscrivono la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, si ribellano al potere centrale; essendo nate attraverso liberi patti e accordi volontari, affermano un diritto naturale contrapposto alla legge del potere costituito.  Per certi versi, si potrebbe dire che i coloni americani incarnano la figura di Antigone, mentre i giacobini incarnano quella di Creonte (nell’eterno conflitto tra il diritto “naturale” dell’individuo e il diritto “concesso” dal sovrano). Le due figure tratteggiate da Sofocle, idealizzate e astratte dalla storia, non sono vincolate ad alcun rapporto di antecedenza temporale, ma si capisce che la ribellione di Antigone, in termini di “fatto”, presuppone – temporalmente e logicamente – la legge di Creonte.  Cosicché la “controrivoluzione” americana, come fatto storico di ribellione all’assolutismo, presuppone un “giacobinismo” in itinere e ante litteram, antecedente rispetto alla sua epifania del 1789.  E infatti l’Autore ritiene che l’assolutismo fosse già in atto; “un assolutismo contro cui si ribellarono i coloni nord-americani, un assolutismo precedente all’indipendenza americana, un assolutismo che gli eventi francesi si incaricheranno di portare a compimento”.  

I modelli paradigmatici della rivoluzione francese e della “rivoluzione” americana ci aiutano a tracciare la linea divisoria statalismo/antistatalismo, alla base della diade sinistra/destra. La cultura di sinistra postula lo Stato “salvifico”, che si prende cura dell’uomo “dalla culla alla tomba”, conducendolo lungo il sentiero della felicità terrena; la cultura di destra antepone l’individuo al potere coattivo dello Stato, minimizzato nel ruolo di tutore della pacifica convivenza.  Questa prospettiva ci fa ravvisare nel “socialismo” (di tutte le fattezze) il quid proprii della Sinistra.  A ben vedere, l’idea che lo Stato sia la massima espressione della “socialità” comporta la statalizzazione degli afflati sociali, risucchia nell’organismo dello Stato ogni aspetto della vita associata e dunque pospone, inevitabilmente, la società degli uomini all’apparato amministrativo dello Stato e dunque riduce l’uomo ad appendice dello Stato. Sicché il fascismo e il nazismo non possono che ravvisarsi come forme di socialismo. L’Autore osserva che il fascismo, “rispetto al bolscevismo fu una modalità più moderata, ma comunque pienamente appartenente alla Sinistra”; “una forma più mitigata di socialismo rivoluzionario, ma pur sempre collettivismo socialista”. Ne discende che ricondurre alla categoria politica della Destra il fascismo, sia come vicenda storica sia come paradigma ideale, o  è un grande equivoco, o una grande menzogna, atta solo a demonizzare la Destra.

La logica dello Stato che provvede e conduce – provvede a tutti i bisogni degli individui e conduce le “pecorelle” nei pascoli della felicità terrena – non può che essere coercitiva, giacché non può basarsi sul previo consenso di ogni singolo destinatario degli atti di amministrazione.  Il “provvidenziale” tutore/conduttore, che consiste infine in un immenso apparato burocratico, realizza gli interessi “sociali” a scapito della libertà degli individui.  Sottrae ai componenti della società, per dare alla società.  Ma cos’è la società senza i suoi componenti? E il benessere della società può essere diverso dal benessere dei suoi componenti?  Come dunque si può avere una società “felice”, sottraendo libertà agli individui che la compongono?  Eppure è questa la cifra di ogni socialismo: l’utopia fondata sulla coazione.  Citiamo ancora l’Autore: “ogni socialismo (e, perciò, ogni sinistra) si connota in base al tentativo di limitare l’esercizio della libertà umana in modo istituzionale, cioè attraverso lo Stato“; dove è evidente il richiamo alla definizione di Huerta De Soto, che chiama socialismo “ogni restrizione o aggressione istituzionale contro il libero esercizio dell’azione umana” (Socialismo, calcolo economico e imprenditorialità, ed. Solfanelli, p. 87).  Orbene, l’antagonismo tra lo Stato socialista, onnivoro e onnipotente, e la libertà individuale non è ravvisabile, all’interno delle coordinate culturali della Sinistra, giacché la Liberté è quella che viene concessa dallo Stato e non è mai autonoma rispetto ad esso.  La logica della Destra è ben diversa, giacché, come scriveva Ludwig von Mises (Libertà e proprietà, Rubbettino, p. 20), “la libertà è sempre libertà dallo Stato”.   

Questa diversa concezione della libertà individuale sottende un diverso approccio alla “natura delle cose”, che distingue la Sinistra dalla Destra.  La Sinistra ritiene che, in assenza di leggi naturali, la società possa essere plasmata dall’autorità politica e modificata secondo la “progressione” del sapere scientifico.  Le istituzioni sociali, pervenute per traditio, non devono essere “conservate”, possono, anzi devono, essere mutate in omaggio al novum, che di per sé costituisce “progresso”.  Si dimentica che il sapere scientifico è “additivo”, sicché il nuovo sapere si aggiunge al precedente e la nuova tecnologia migliora la precedente; ma gli ordinamenti sociali non seguono un percorso additivo; non possono addizionare il nuovo benessere a quello precedente, per il semplice fatto che l’uomo, dotato di “libero arbitrio”, può scegliere tra il bene e il male e tale scelta si ripropone sempre, con un duplice rischio: di ritornare agli orrori del passato, ma anche di imboccare una nuova via senza uscita.    La Destra, al contrario, riconosce l’oggettività e l’immutabilità della natura umana, dalla quale fa derivare il suo “conservatorismo”, la cui essenza è il rispetto del “creato” e della legge naturale.  Ciò spiega perché la Destra riconosce un diritto che preesiste allo Stato, uno jus non deliberato dall’autorità costituita, un corredo naturale di prerogative connesse alla dignità della persona, ossia la legge di Antigone; mentre la Sinistra conosce solo lo ius positum, e cioè il diritto nascente dalle deliberazioni di Creonte.  

Per questa via, si perviene a un’altra polarità corrispondente a quella Destra/Sinistra: il favore e il disfavore nei confronti della proprietà privata.  Se il diritto è considerato preesistente alla deliberazione autoritativa dello Stato, esso non può che atteggiarsi come difesa della sfera individuale nei confronti del potere coercitivo dell’autorità politica (ancora una volta Antigone contro Creonte) e dunque la proprietà privata è vista come un diritto basilare della persona, in quanto recinge la sfera intangibile dei beni necessari a realizzare quel personalissimo programma di vita, che deve rimanere indifferente a qualsiasi suggestione collettivistica.  Al contrario, la proprietà privata è invisa alla Sinistra, per ciò stesso che l’autonomia dei privati deve cedere il posto alla pianificazione di Stato.

Infine alla summa divisio Destra/Sinistra corrisponde il diverso approccio all’egualitarismo.  La Destra, consapevole della naturale disuguaglianza dei talenti e delle inclinazioni degli uomini, non pretende di annullarle; vi ravvisa anzi la più grande risorsa del consorzio sociale, che si arricchisce di apporti tanto variegati, realizzati secondo l’imperscrutabile disegno di ogni individuo.   Per la Destra, l’unica uguaglianza realizzabile è quella di fronte alla legge; l’uguaglianza dei diritti e dei doveri, derivante dall’identica dignità della persona umana.  La Destra non pretende di omologare gli uomini, secondo un disegno politico prefigurato; non vuole controllare e pianificare l’iniziativa economica degli individui, né vuole imporre loro una scala di valori, giacché rifugge dall’egualitarismo economico e sociale.  Al contrario la Sinistra, in nome di un egualitarismo utopico, è sempre affaticata dall’ansia redistributiva, dovendo eliminare, chissà come, le differenze tra “ricchi” e “poveri”.  E deve inoltre “fidelizzare” gli individui, imponendo loro una nuova religione di Stato basata sul “politicamente corretto”, giacché lo Stato socialista assorbe l’interezza della vita associata e ciò comporta la pianificazione delle relazioni sociali, oltre quella dei rapporti economici.  Ne deriva la necessità di pianificare perfino la coscienza individuale, posto che ogni uomo entra in relazione coi suoi simili.

Dunque inevitabilmente la Sinistra inclina verso l’autoritarismo, giacché all’omologazione non si perviene certamente, secondo l’ordine spontaneo delle relazioni umane; sicché, tante più dosi di autoritarismo sono necessarie, quanto più radicale è il programma pianificatore ed egualitaristico dello Stato socialista, ossia della Sinistra al potere.  Il saggio di Don Beniamino Di Martino ha il grande merito di rendere chiara la linea di discrimine Destra/Sinistra e, lumeggiandone le ragioni profonde, validate dalla Storia e tuttora persistenti, conferisce il più solido fondamento culturale e valoriale alla Destra Liberale Italiana.

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