I PRINCIPI FONDANTI

LE RAGIONI DEL LIBERISMO

 

  1. La dinamica politica italiana, nel convulso e incompiuto passaggio dalla prima alla seconda repubblica, ha smarrito riferimenti ideali, identità culturali, appartenenze storiche e si è determinata una “confusione delle lingue”, da cui è difficile uscire. Nell’odierno surreale paesaggio dei “movimenti” di famiglia o a misura personale, dei social network delle urla scomposte, i quali non osano chiamarsi partiti, ma si trincerano dietro foglie di fico, ulivi, margherite o candidi gigli, e perseguono obiettivi ondivaghi e fuggevoli, sotto l’incalzare delle novità del mattino, c’è bisogno di riscoprire i principi fondanti e durevoli del pensiero liberale e liberista, che possano costituire la “grammatica” comune di tutta l’area politica del centro-destra.
  2. L’identità culturale liberale e liberista non è nata oggi, da un improvviso refolo di protesta o dall’ambizione di un capo carismatico. Siamo gli eredi di una cultura politica che ha lasciato grandi tracce nel mondo libero a partire dal ‘700 fino ai nostri giorni.  Ma dobbiamo essere consapevoli al contempo che Rosmini e Sturzo, Pareto, Croce ed Einaudi, Leoni e Ricossa sono i padri di un pensiero politico, ieri e oggi, minoritario in Italia.

La dominante cultura statalistica

  1. La nostra amata patria, da circa 150 anni, subisce l’egemonia culturale dello “statalismo” -variamente declinato, ora in salsa socialcomunista, ora fascista, ora cattocomunista – derivante dalla nefasta confluenza di scuole di pensiero diverse, ma convergenti nell’asserire e praticare il primato dello Stato sulla persona, in nome di una malintesa “socialità” della quale avrebbe il monopolio l’istituzione pubblica.  Siffatto statalismo ha assunto nel tempo variegate coloriture e sfumature; si è passati dal socialista “sole dell’avvenire” al fascista “Stato etico”; con l’avvento della Repubblica si è celebrato l’incontro del comunismo sovietico, in versione gramsciana, con il cattolicesimo dossettiano, per dar vita alla “costituzione più bella del mondo”; col consociativismo della prima repubblica, l’apparato pubblico ha invaso tutti i gangli della vita associata – per “proteggere”, “aiutare”, programmare e redistribuire, con intenti “equitativi” e “sociali” ovviamente -, dando vita a una burocrazia ipertrofica e una nomenklatura inossidabile, simili a quelle sovietiche; nella storia recente della c.d. seconda repubblica (mai giunta a compimento) si sono toccati traguardi impensabili di debito pubblico e pressione fiscale (al limite dell’esproprio proletario) per finanziare il più grande e invasivo apparato pubblico delle democrazie occidentali.
  2. La nostra patria non ha conosciuto una rivoluzione liberale. Nella società italiana è divenuta progressivamente egemone la cultura marxista-gramsciana, al punto che tutte le istituzioni accademiche e culturali oggi appartengono all’area della sinistra postcomunista.  Le categorie mentali dell’italiano fanno ancora riferimento allo “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”, al dualismo “borghesia-proletariato”, alla “lotta di classe”, alla mistica dei “lavoratori”, all’”imperialismo americano”; e simili amene invenzioni di chi prometteva il “Sole dell’avvenire” e il paradiso degli uguali, nel quale tutti avrebbero avuto secondo i loro bisogni.  Lo storicismo e l’idealismo, in salsa giacobino-marxista e cattocomunista, continuano ad alimentare il retropensiero e i riflessi condizionati dell’italiano.
  3. L’ordinamento italiano può essere definito statolatrico. Nell’ambito del mondo occidentale, l’Italia ha il triste primato di tenere insieme il massimo del burocraticismo, il massimo della subordinazione giuridica e funzionale del cittadino rispetto all’amministrazione pubblica, il minimo delle garanzie a difesa della libertà individuale, il minimo della libertà di intrapresa e attività economica, il massimo della pressione tributaria e della coercizione ablativa; nonché il massimo dei privilegi della nomenklatura di Stato, che più di tutto colpisce la sensibilità dei tardivi scopritori della “casta”. In verità la c.d. casta è la punta di un iceberg immenso, costituito di cultura e prassi statolatriche, alimentate da quelle nefaste ideologie del ‘900, cui magari continuano a ispirarsi i nostri scopritori tardivi, tanto petulanti quanto improvvisati.
  4. L’idrovora pubblica, giustificata in nome della “solidarietà” e della “socialità”, ha allargato i suoi interessi – dovremmo dire i suoi tentacoli – in tutti gli angoli della vita di relazione; ha trasformato cittadini-liberi in sudditi-assistiti, ne ha indebolito le coscienze, facendo assopire l’intraprendenza e il senso di responsabilità individuale, acquietati dietro il paravento dell’assistenza fornito dallo Stato-Provvidenza; ha alterato l’equilibrio paritetico dei contratti privati, annullando o almeno immiserendo l’autonomia negoziale dei privati, sopraffatta da regolamentazioni autoritative; ha perfino corrotto il volontariato, laico e religioso, anch’esso succube dell’invadente regolamentazione autoritativa, che irrigidisce i protocolli, paralizza gli interventi e disperde le energie, nei tortuosi meandri burocratici. L’italiano aduso a subire è diventato col tempo acquiescente di fronte a questa macchina infernale, che egli chiama BUROCRAZIA, ma dovrebbe chiamare “SOVIET”.

 

 

Il sentimento popolare e le elites culturali

  1. 7. Non è facile liberarsi da questa egemonia culturale, che oggi trova nuovi spunti negli imperativi del politically correct. La pretesa di determinare dall’alto gli stili di vita degli individui; di disperdere l’identità nazionale nel “multicularismo” globalizzato; di creare la vita e decidere la morte; di educare il popolo; insegnare e indottrinare; equiparare tutte le possibili comunità di vita alla famiglia naturale, fondata sul matrimonio di un uomo e una donna; “accogliere” tutti i migranti, rinunciando alla difesa dei propri confini; sono tutte pretese, figlie di quelle ideologie “totalitarie” e “totalizzanti”, che pospongono la persona umana alle esigenze, supposte superiori, dell’istituzione pubblica e la asserviscono, nella migliore delle ipotesi, al controllo dell’ignoto burocrate.  La dittatura culturale del politically correct è tale che qualsiasi, anche lieve, scostamento dalla linea tratteggiata è qualificato come “populismo” (salvo, ovviamente, che i fatti si verifichino a Capalbio).
  2. Per le ragioni qui tratteggiate, nel nostro paese, l’insopprimibile esigenza di libertà che alberga nel profondo degli uomini rimane puro sentimento, il quale certamente appartiene alla maggioranza degli italiani e talvolta fa capolino nella contesa politica, ma fatica a tradursi in coerente programma. Il sentimento di libertà della maggioranza degli italiani non ha trovato sbocco nella corrispondente cultura politica della libertà, pertanto può dirsi dominante il sentimento democratico e anticomunista, ma non può dirsi egemone la cultura democratica e liberale.
  3. In questo divario storico vanno cercate le ragioni delle tante anomalie italiane di ieri e di oggi: dal fattore K, alla gerontocrazia delle “caste”, al sistema politico impaludato, al ruolo abnorme dei sindacati. Oggi il distacco tra il sentimento popolare e la cultura politica delle elites dominanti è divenuto abissale. Perfino le forze politiche, che si richiamano agli ideali liberali, hanno disatteso i programmi liberali.  Non basta parlare di “rivoluzione liberale”, per immettere la vera linfa della libertà nell’immenso “Leviatano” della repubblica italiana.  Occorre ben altro.  Per fare seguire i fatti alle parole, occorre una salda cultura liberale; occorrono quei riferimenti ideali che solo un partito storico come il nostro possiede.
  4. Bisogna innanzitutto interrogarsi sugli stessi confini dell’intervento pubblico. La politica smarrisce la sua funzione, se non è posta a servizio dell’uomo. Ma la subordinazione della politica alle esigenze dell’uomo implica la priorità logica e ontologica della persona umana rispetto allo stato.

Stato e individuo

  1. Lo stato per il liberale è solo un concetto, un’astrazione, che designa l’insieme degli apparati organizzativi, mediante i quali l’autorità costituita esercita la sovranità. La realtà è costituita dagli uomini in carne ed ossa, i quali preesistono a qualunque forma organizzativa, storicamente data, del potere costituito.  Il liberalismo non può sussistere, se non a partire dal principio dell’individualismo metodologico, che distingue realtà e categoria concettuale, impedendo la reificazione dei concetti operata dalla filosofia idealistica.  Dobbiamo essere consapevoli che la retorica dello Stato portatore di interessi e valori “superiori” e sovraordinati a quelli individuali – penetrata a fondo nella cultura politica dominante e forse nella stessa grammatica del pensiero collettivo – si nutre in fondo, sempre e comunque, delle forzature e delle contorsioni mentali dell’idealismo hegeliano.
  2. Il valore fondante dell’istituzione politica è la centralità della persona umana; l’istituzione si pospone all’uomo, non viceversa. La centralità può appartenere solo all’uomo-persona, che ha identità individuale, si associa liberamente e persegue i suoi fini in armonia coi fini altrui; non appartiene all’uomo-massa, che deve la sua identità e i suoi diritti alla formazione sociale cui appartiene ed è costretto a subire la pianificazione autoritaria dell’istituzione politica.
  3. La questione politica più rilevante dei tempi moderni è quella di tracciare i confini tra il territorio dell’intervento pubblico e quello dell’autonomia privata. Oggi in Italia la questione è mal posta, perché viene rappresentata nella stucchevole forma della contrapposizione tra politica e antipolitica.  Così posto il dilemma non ammette soluzione, perché l’alternativa alla politica non esiste, se non in termini di potere elitario e senza controllo.  D’altronde la valorizzazione della politica, come legittima espressione del consenso elettorale, non può spingersi al punto di giustificare la politica invasiva, pervasiva e onnipotente, che riduce il cittadino a suddito e l’uomo a strumento e oggetto di pianificazione.
  4. In Italia bisogna rifondare i rapporti tra lo stato e il cittadino, ridando centralità alla persona umana. Questo è il compito storico della “buona politica”. Questa problematica di lungo respiro e ampia portata non può essere affrontata nell’ottica miope della c.d. emergenza quotidiana, sotto l’impulso dell’attualità giornalistica. Presuppone un saldo ancoraggio a valori e principi che non mutano nel volgere di un mattino.  Inoltre bisogna essere consapevoli che in ogni caso il cammino è lungo, arduo e periglioso.

L’ordine spontaneo

  1. E’ necessario intendere preliminarmente che la convivenza civile si sviluppa secondo un ordine che prescinde dai programmi intenzionali dell’autorità politica. Si tratta di un ordine eterogenetico, che nasce dalla distorsione degli effetti rispetto alle intenzioni dei soggetti che agiscono (eterogenesi dei fini). L’intenzione umana, sia nella dimensione individuale, sia nella dimensione politica, è poca cosa rispetto al divenire sociale, che è la risultante imprevedibile delle mille relazioni nascenti dalle azioni individuali, diversificate nei fini.  L’ordine della convivenza umana, compatibile con la libertà, è un ordine di risultato, molto diverso dall’ordine “costruito”, vagheggiato dai seguaci delle ideologie totalitarie del XX secolo.  La storia ha dimostrato con estrema evidenza che l’ordine della società aperta non procede secondo i programmi intenzionali di un’unità pensante centralizzata e pertanto la voluttà di qualsivoglia “duce” o “avanguardia del proletariato” di costruire, dirigere e controllare l’evoluzione sociale si risolve inevitabilmente nel sacrificio della libertà e nell’essiccamento delle fonti del benessere.
  2. Cogliere la natura eterogenetica dell’ordine della convivenza è il primo passo per ridimensionare la politica in quanto tale, abbandonando in radice ogni velleità di attribuire all’autorità politica ruoli e missioni salvifiche. La politica non è chiamata a salvare alcuno; né a “costruire la felicità” (l’esatto contrario di ciò che ebbe a dire Romano Prodi nell’appello elettorale del 2006).  E’ chiamata molto più semplicemente a costruire e preservare le condizioni della pacifica convivenza e tutelare la libertà di tutti.  L’autorità politica svolge bene i suoi compiti, solo se lascia a ciascuno la libertà di cercare la propria “felicità” e la libertà di scegliere perfino la propria “infelicità”.
  3. L’ordine spontaneo fondato sulla libertà è imperfetto, come tutte le cose di questa terra, e tuttavia è il migliore possibile. La civiltà e il benessere sociale sono tributari della libertà di pensiero e di iniziativa. Ogni uomo possiede un frammento del sapere universale e un patrimonio esclusivo, cognitivo e relazionale, che ne fa il migliore curatore dei suoi interessi personali e familiari.  Nel perseguire i suoi fini, secondo le regole sociali, contribuisce al benessere di tutti.  Ne discende che il valore dei valori è la centralità della persona umana, cui inerisce intrinsecamente la libertà.

Diritto e politica

  1. In Italia è dominante la concezione positivistica del diritto, nella versione Kelseniana, secondo cui il diritto della persona deriva dalla norma positiva, la quale in ultima analisi si risolve nel comando dell’autorità (jus positum). Certamente questa dottrina non si identifica con l’autoritarismo politico, tuttavia costituisce il supporto ideologico di ogni statolatria; diventa allora importante per i movimenti politici della libertà superare i rigidi paradigmi positivistici.
  2. La preesistenza dei diritti della persona rispetto all’autorità politica costituita non può essere intesa all’interno della cornice concettuale del positivismo giuridico. Se il diritto si identifica con la norma positiva (jus positum) e cioè con il comando dell’autorità politica, non è possibile distinguere questo da quella.  E far coincidere il diritto con la norma positiva significa, in buona sostanza, negare che l’uomo venga prima dello Stato.  Viceversa, nella nostra visione, se l’uomo viene prima dello Stato, ciò che afferisce intrinsecamente all’uomo, e cioè il suo diritto, preesiste allo Stato e perciò si distingue dalla norma deliberata autoritariamente.
  3. Benedetto XVI con molta chiarezza ci ha ammoniti, innumerevoli volte, sui rischi del positivismo giuridico, al fondo inconciliabile con l’umanesimo giudaico-cristiano: se il diritto nasce solo dalle deliberazioni dell’autorità politica, perché si identifica con la norma “positiva”, il suo fondamento è fragile e ondivago. Nessun argine è posto all’arbitrio dell’autorità politica, una volta che le si riconosce il compito di costituire il diritto: la libertà dell’uomo, garantita dal suo diritto, viene a dipendere dalla mutevole volontà politica e lo stato totalitario, che misconosce i diritti di libertà dell’individuo, non differisce dallo stato democratico come creatore dell’ordine giuridico; autorità e ordine giuridico vengono a coincidere, perché l’unica fonte del diritto viene ravvisata nella deliberazione autoritaria.  Questa dottrina è perciò intrinsecamente autoritaria e fornisce la base giustificativa di tutti gli autoritarismi politici.  Purtroppo è questa la dottrina dominante, che ispira la cultura giuridica di massa in Italia.
  4. Ben diversamente dal Kelsen, il grande giurista italiano Bruno Leoni distingue radicalmente il dominio del diritto dal dominio della politica. Il diritto nasce nell’ordine spontaneo delle relazioni paritarie; la politica si estrinseca nell’ordine costruito delle relazioni potestative.  Il diritto prescinde dal potere; la politica costituisce l’esercizio del potere.  Il diritto si identifica con la pretesa di taluno, socialmente accettata senza costrizione, in virtù dei valori condivisi in seno al consesso sociale; la politica si identifica con la cura degli interessi comuni, attuata mediante la coazione.  Solo l’esercizio del potere che rispetta il diritto (originario e preesistente dei privati) è una buona politica.  In questa cornice concettuale, si può distinguere la politica autoritaria da quella democratica, la buona politica dalla cattiva politica; la politica invasiva da quella non invasiva; la politica rispettosa del diritto da quella prevaricatrice del diritto.  Facendo tesoro degli insegnamenti di Leoni, possiamo concludere che non ha ragion d’essere l’antitesi politica e antipolitica, ma quella tra politica e diritto, o meglio tra politica rispettosa e politica prevaricatrice del diritto.
  5. Ovviamente non è compito dell’associazione “Stato minimo” prendere posizione in una disputa dottrinale sulla dommatica del diritto; ma si evidenziano le affinità ideali con quella cultura giuridica, la quale, distinguendo diritto e politica, pone le basi per delimitare i giusti confini della legge e ammonirci sui pericoli degli eccessi legislativi. La soglia di guardia In Italia è stata abbondantemente superata. Tutti gli osservatori concordano sul rilievo che le leggi italiane sono di numero esorbitante, di difficile intelligibilità e di incerta applicazione. Pochi tuttavia vanno alla radice del problema.

I limiti della legge

  1. L’errore di fondo, da cui trae origine l’elefantiasi legislativa, risiede nell’idea stessa che il “legislatore” non incontri alcun limite, al punto da potere e dovere provvedere su tutte le “emergenze”. E si sa che le emergenze italiane sono tanto numerose, quanto i casi giornalistici e televisivi; e dunque pressoché giornaliere.  Ogni emergenza richiede una legge e questa, nel porre “rimedio” all’emergenza, è destinata a durare ben oltre l’emergenza.
  2. Per rincorrere le innumerevoli emergenze quotidiane, quelle vere, ma più frequentemente quelle immaginate, il solerte legislatore italiano è divenuto la nuova Provvidenza. E la legge-provvidenza ha perso i connotati della generalità e astrattezza, perché è stata pensata come rimedio ad hoc, con moventi e scopi politici concreti e limitati.  Questa legge-provvidenza ha surrogato il provvedimento amministrativo, perché non regola il comportamento di tutti, ma tende a enucleare “bisogni” particolari, “premiare” gli uni al posto degli altri, intervenire in campo economico, interferire con l’autonomia dei privati, introdurre sempre e comunque criteri selettivi.  E’ evidente infatti che la legge-provvidenza, avendo come punto di riferimento il caso concreto, non può che inseguire scopi concreti e particolari, piuttosto che generali e astratti.
  3. Ne deriva una legislazione pletorica e complessa, selettiva e particolaristica, che asseconda, quando non determina, i corporativismi e gli egoismi di categoria. Questa è una ragione non secondaria della scarsa propensione degli italiani a sentirsi nazione.  Gli italiani si riconoscono poco nella patria comune, per complesse ragioni storiche, ma anche perché lo stesso ordinamento legislativo incentiva e asseconda la loro propensione a riconoscersi nel particulare.  La cosa pubblica è sentita come estranea, per tante ragioni, ma anche perché le prescrizioni di legge spesso non costituiscono le regole di tutti, ma solo i privilegi di alcuni.  Le istituzioni sono considerate distanti e i rappresentanti istituzionali sono considerati membri di una casta, anche perché il legislatore-provvidenza non provvede a tutti nella stessa maniera.
  4. Allora le vere domande che dobbiamo porci è se il legislatore sia sempre legittimato a provvedere, quale sia il suo vero compito e quali siano i limiti caratteristici dell’intervento pubblico.
  5. Il legislatore non deve invadere la sfera nella quale si formano senza coercizione i diritti dei cittadini, come pretese socialmente approvate, e si sviluppano i loro rapporti inter pares. In fondo la stessa nozione di “Stato di diritto” non ha senso, se si prescinde dall’obbligo dello Stato di riconoscere come intangibili i diritti e le prerogative dei privati.  Ma questo riconoscimento ha delle conseguenze ben precise: il rispetto dell’autonomia privata significa, per esempio, non sovrapporre la c.d. volontà legislativa alla libera volontà negoziale delle parti; il rispetto dei diritti dei cives significa, per esempio, che la proprietà privata non può essere requisita o espropriata a favore di terzi, o confiscata in funzione preventiva.
  6. Bisogna essere consapevoli inoltre che la legislazione mirata e selettiva, mentre non sortisce e non può sortire alcuna “uguaglianza sostanziale”, mette in crisi l’unica uguaglianza possibile su questa terra, e cioè l’uguaglianza giuridica, aggiunge nuove discriminazioni di categoria e limita, senza alcun beneficio, la libertà economica dei privati. Il vero compito delle camere legislative è quello di aggiornare la cornice dei modelli comportamentali di tutti.  L’ordinamento legislativo deve fornire un quadro di riferimento, certo, solido e duraturo, all’interno del quale il cittadino può fare le sue scelte, può concepire e liberamente realizzare i suoi programmi di vita.
  7. La mutevolezza del quadro di riferimento, inevitabilmente legata all’eccesso di legislazione mirata e selettiva, disorienta il cittadino e gli impedisce di fare programmi a lunga scadenza; ciò si risolve nell’inaridimento generale dell’attitudine a intraprendere e rischiare; e perciò nell’impoverimento di tutti. Infine, bisogna considerare che l’eccesso di legislazione settoriale si traduce in eccesso di burocrazia, perché l’intervento pubblico, indotto dalla legislazione, procede necessariamente per il tramite dell’attività degli apparati burocratici.
  8. Ciò spiega perché noi liberali-liberisti siamo conservatori e al tempo stesso innovatori. Amiamo il “vecchio”, inteso come ordine delle regole consolidate nel tempo, che offre un quadro di riferimento certo per il comportamento dei consociati e garantisce i loro diritti, ossia ciò che gli inglesi chiamano rule of law; ma lo amiamo, perché, in quel quadro di riferimento, c’è spazio per la creatività umana, che è il motore del “nuovo”.

 

I caratteri dell’attività burocratica

  1. La differenza tra interesse pubblico e interesse privato è molto evidente; ma non sono evidenti le implicazioni. Anche i caratteri delle attività che curano tali diversi interessi sono intrinsecamente diversi e irriducibili ad unità.  Il più importante elemento di discrimine può ravvisarsi, secondo l’insegnamento di Ludwig Von Mises, nella possibilità del calcolo economico. L’attività del funzionario pubblico non può essere sottoposta al controllo economico di risultato.  E se è impossibile il controllo economico di risultato, l’unico controllo possibile riguarda la tipologia degli atti.  Per questa ragione, tutti gli atti della burocrazia sono tipici e predeterminati ed è necessariamente paralizzata l’iniziativa personale del funzionario pubblico e l’innovazione del protocollo.  Si può dire che tutti gli atti della pubblica amministrazione sono atti dovuti.
  2. Questi caratteri intrinseci e ineliminabili dell’attività burocratica hanno importanti riflessi sociali, nel bene e nel male. Il vincolo che grava sugli atti del burocrate si risolve a vantaggio del cittadino, in relazione alla potestà impositiva, ablativa e afflittiva della pubblica amministrazione, perché si traduce nella garanzia che egli non debba sottostare a imposizioni, afflizioni e ablazioni arbitrarie e non previste dalla legge.
  3. Quando invece viene in considerazione la potestà autorizzativa della pubblica amministrazione, il vincolo che rende obbligati e dovuti gli atti del burocrate si traduce nell’impedimento del nuovo e perciò nel danno sociale corrispondente al minor dinamismo sociale e al minor tasso di innovazione tecnologica.   Il burocrate non può autorizzare le cose nuove, perché il protocollo gli consente di autorizzare, nei modi previsti, solo le cose previste, correlate al sapere passato.
  4. Le conseguenze sono ovvie. Dall’eccesso di burocrazia non può non discendere l’eccesso di immobilismo sociale e la tendenziale perpetuazione dell’esistente.  Se la res publica invade tutti i campi della vita associata, si frena lo sviluppo e risultano penalizzate le nuove generazioni.  I legacci della burocrazia sono, in primo luogo, le catene delle nuove generazioni.
  5. E c’è un altro aspetto dell’attività burocratica potenzialmente foriero di improvvide conseguenze sociali. La burocrazia non può informare la propria attività al principio dell’affidamento, come fanno i privati, perché il burocrate non può scegliere, mentre il rapporto fiduciario è elettivo per sua natura.  Si capisce perciò che la società iperburocratizzata, come quella italiana di oggi, è una società che si avvia al declino, perché il sospetto generalizzato paralizza gli impulsi vitali dei consociati.
  6. E’ necessario dunque ridurre drasticamente il peso della burocrazia pubblica nella nostra vita associata e abolire del tutto le procedure inutili e defatiganti, in primo luogo le procedure di autorizzazione preventiva che riducono il diritto a “interesse legittimo”.

La dimensione economica della libertà

  1. La libertà dell’essere umano e la sua dignità sono le ragioni fondanti di ogni buona politica. Ciascun individuo deve avere l’opportunità di realizzare se stesso, di aspirare al benessere e alla felicità, di costruire con le proprie mani il proprio futuro, di educare liberamente i propri figli. La libertà opera in ogni dimensione della vita umana e si manifesta in tutte le sue forme, molteplici e vitali: nel pensiero e nelle opere; nelle relazioni sociali e nelle relazioni economiche; come libertà di culto e di associazione, ma anche come libertà d’impresa. La libertà della persona non è concessa dallo Stato; semmai è riconosciuta dallo Stato come preesistente e originaria.  E’ un diritto naturale, che ci appartiene in quanto esseri umani.
  2. La dimensione economica è parte essenziale della costituzione naturale dell’uomo; il soddisfacimento dei suoi bisogni e il perseguimento dei suoi fini non possono sfuggire alla “legge” economica, imposta dalla limitatezza dei mezzi. Incombe sugli uomini l’ineliminabile “penuria” di questa terra; e con essa il dovere di utilizzare al meglio le risorse naturali.
  3. Ne deriva che il valore risiede nella giusta combinazione dei fattori produttivi, che non sortisce spreco di risorse e si conforma ai criteri di economicità; mentre il disvalore risiede nell’utilizzo non economico delle risorse, ancorché vagamente “giustificato” da finalità definite sociali.  Ne deriva inoltre che la libertà umana è incompleta e claudicante, se non si estende alla sfera economica.
  4. La libertà, come condizione naturale dell’uomo, va declinata anche, necessariamente, come diritto di intrapresa economica e diritto di lavoro. Non si tratta – è bene precisare- di diritto al lavoro, ossia della pretesa che l’onnipresente Stato-Provvidenza assicuri un “posto” di lavoro a chicchessia (magari in un Ente da “sopprimere”, che sarà soppresso nelle prossime calende greche); bensì del diritto di poter esprimere la propria personalità e dare il proprio apporto nel mondo delle imprese e del lavoro. Questo diritto è ampiamente sottovalutato. In Italia, tutto ciò che attiene alla sfera economica è guardato con sospetto, perché il denaro è considerato “sterco del demonio” e l’iniziativa economica espressione di egoismo.
  5. Come non c’è autentica libertà, senza libertà in ambito economico; così non c’è autentico LIBERALISMO che non sia anche LIBERISMO economico. Ricorriamo a un celebre esempio di Milton Friedman: se tutte le rotative sono nelle mani dello Stato (o appartengono al monopolio di chicchessia), la libertà di stampa rimane lettera morta, niente più che un’enunciazione astratta, un “pio desiderio”.  Il possesso dei mezzi rende effettiva la libertà di perseguire i fini; e poiché la libertà dell’uomo consiste appunto nella libertà di indirizzare la propria vita, ossia di perseguire i propri fini, il diritto di intrapresa economica e di lavorare è parte essenziale della libertà naturale dell’uomo e come tale non deve essere subordinato al “parere” preventivo dell’autorità amministrativa.
  6. La triste realtà italiana sovverte valore e disvalore, mentre relega la libertà economica nello “scantinato di Cenerentola”. Il pensiero dominante, di derivazione socialcomunista, vuole che i “valori” appartengano alla sola sfera dell’intelletto e connota di viltà e bassezza morale il perseguimento dell’utile economico.  Il mercato è considerato fonte di nequizie e lo si accetta a malincuore, nella sola versione edulcorata dalla prevalenza forzosa del “salotto buono” o distorta dall’intervento dirigista dello Stato oppure occupata dalle “aziende” di proprietà pubblica.  In sintesi, la libera dinamica economica in Italia è considerata un disvalore; e la riprova più evidente risiede nel linguaggio comune della saccenteria televisiva, finanziata dal “canone più amato dagli italiani”: il liberismo è sempre e solo selvaggio, ben lontano dal “liberalismo” che ispira cotanti intelletti e illumina cotale spirito dei nostri “tuttologhi” televisivi.
  7. Al dimezzamento della libertà, confinata alla sola sfera intellettiva, dobbiamo contrapporre la consapevolezza del valore assoluto della libertà, intesa come una e indivisibile. Comprimere la libertà economica significa comprimere la libertà personale di scegliere i propri fini e indirizzare la propria vita.  Il liberalismo politico invoca il liberismo economico, proprio perché la dimensione politica non esaurisce la personalità dell’uomo e la dimensione economica investe tanta parte della vita umana.
  8. Rivendicare la libertà umana nella sfera economica non significa assecondare l’egoistica sete di denaro; significa al contrario difendere ciò che appartiene intrinsecamente alla persona dall’invadenza dello Stato; significa tutelare la dignità della persona e rispettare la sua missione naturale di utilizzare i frutti della terra per creare benessere; significa, in ultima analisi, assecondare l’ordine spontaneo della civiltà umana, al quale si deve il progresso scientifico e tecnologico di ti cui tutti si giovano.
  9. Friedrich Von Hayek ammoniva che solo nell’ordine della società aperta (cosmos) si creano le condizioni della catallassi, ossia quello scambio informativo-economico, che rende l’intelligenza dispersa tra milioni di individui superiore all’intelligenza centralizzata del pianificatore; nell’ordine prefigurato e dettagliato degli apparati amministrativi (taxis), non si creano le condizioni dello scambio alla base del progresso scientifico e tecnologico. La storia ci dimostra che Hayek aveva ragione.  Il successo scientifico e tecnologico arride alle società non pianificate, a quelle comunità nelle quali la libertà di intrapresa economica degli individui non viene annullata oppure ostacolata da mille vincoli.

La politica fiscale

  1. La questione fiscale non si risolve nell’antitesi egoismo/solidarietà. I cantori della statolatria vogliono rappresentare l’insofferenza popolare all’eccessiva pressione fiscale come espressione di gretto e cieco egoismo; al contempo vogliono rappresentare se stessi come i soli virtuosi esponenti del solidarismo sociale e detentori monopolistici dei “Valori”.  Secondo questa rappresentazione semplicistica e mistificante, la “superiorità antropologica” della sinistra si esprimerebbe nell’ideale solidaristico, ridotto peraltro alla sola dimensione fiscale, e nelle politiche keynesiane di spesa “sociale”.
  2. A ben vedere, questa presunta superiorità si riduce a poca cosa: il monopolio statalistico della “solidarietà”, identificata con la solidarietà fiscale, non è un valore. La vera solidarietà non deriva dalla coazione, involge il sacrificio e la motivazione personale; appartiene ai singoli e alle libere associazioni di volontariato.
  3. La questione tributaria si pone invece sotto due profili: a) opportunità ed equità politica; b) fondamento etico.
  4. Sotto il primo profilo, si osserva che la pressione fiscale ha raggiunto in Italia limiti intollerabili. Più del 50% del reddito delle famiglie è sottratto ai consumi, al risparmio e agli investimenti, per essere destinato al fisco più vorace dell’occidente.  Ne viene pesantemente limitata la libertà dei cittadini, cui viene sottratta la possibilità di perseguire i propri fini, disponendo dei mezzi sufficienti. La superiorità del reddito pubblico rispetto al reddito dei privati deve leggersi come predominio dei fini e degli interessi politici rispetto ai fini e agli interessi privati; e perciò come limitazione della libertà dei cittadini di fare scelte di vita, in funzione delle proprie inclinazioni.
  5. Oltre che iniquo, l’eccesso di pressione fiscale è controproducente, perché innesca un circolo vizioso: l’alto livello di tassazione non implica un corrispondente alto livello di entrate fiscali (curva di Laffer), perché frena lo sviluppo, dunque restringe la base dell’imponibile, e non incentiva l’emersione dei redditi non dichiarati; dilata la spesa pubblica che si autoalimenta (ogni nuova spesa, anche congiunturale, tende a perpetuarsi); non si raggiunge la parità di bilancio, perché il flusso delle maggiori spese è comunque superiore al flusso delle entrate.
  6. Ancora più importante è il profilo etico del rapporto tributario. La lealtà e la correttezza del cittadino vanno di pari passo con l’autorevolezza morale delle istituzioni e la giustizia degli ordinamenti politici.  Se manca il fondamento etico del tributo, il cittadino viene umiliato al rango di suddito inerme, subisce vessazione senza alcun corrispettivo e tende ad adottare comportamenti difensivi o “furbi”.
  7. Il fondamento etico non sussiste nei casi in cui la res publica impone un tributo sul godimento di specifici diritti. La ragione è molto semplice: i diritti dell’uomo nascono nell’ambito dei rapporti privati, costituiti inter pares nell’ordine spontaneo, non già per concessione dell’autorità politica.  Non si vede perché il cittadino, in aggiunta al tributo generale, commisurato al reddito, destinato ad assicurare i mezzi e le condizioni per l’esercizio della sovranità politica, a tutela della pacifica convivenza, debba pagare un corrispettivo ulteriore per l’esercizio di uno specifico diritto, che non gli deriva da alcun atto politico.  Se il diritto di proprietà viene sottoposto a tassazione specifica, si scardinano i fondamenti etici del contratto sociale.  L’esattore diviene despota e il cittadino gli diventa ostile.
  8. Talvolta, non manca il fondamento astratto del tributo e tuttavia manca la correlazione economica. Se la tassa eccede di gran lunga il costo del servizio, perde la sua natura di corrispettivo e diventa un’imposta aggiuntiva. Solo rinunciando ai tributi iniqui e ingiustificati, lo Stato acquista l’autorevolezza morale per esigere lealtà e correttezza dai contribuenti.

Le autorizzazioni amministrative

  1. Se l’esercizio del diritto deve essere preventivamente autorizzato da un atto amministrativo, la politica invade il campo dell’autonomia privata e il cittadino è un suddito. Mentre è giustificabile l’autorizzazione preventiva di un’attività intrinsecamente pericolosa (fabbricazione e vendita di armi, esplosivi etc.), per l’evidente necessità di limitare l’area del pericolo, in tutti gli altri campi delle attività produttive e commerciali è molto più efficace il controllo successivo.
  2. La procedura amministrativa di autorizzazione preventiva non condiziona il rispetto delle regole di cautela per l’esercizio di una determinata attività, per l’evidente ragione che tali regole possono e devono essere rispettate comunque; risponde solo all’esigenza del controllo politico dei “sudditi”. Ebbene, il controllo politico delle attività produttive e commerciali, che si sostanzia nel rilascio discrezionale di licenze e autorizzazioni amministrative, non comporta alcuna utilità sociale, mentre riduce il cittadino a questuante e degrada il diritto a “interesse legittimo”. La libertà di intrapresa economica viene sottoposta a mille vessazioni con risultati economici e sociali devastanti.
  3. La macchinosità e le lungaggini delle autorizzazioni amministrative sono un pesante freno allo sviluppo, giacché ritardano o impediscono l’ingresso nel mercato di nuovi operatori. Nella migliore delle ipotesi si risolvono in costi aggiuntivi.  Ovviamente, il freno alla concorrenza e la minore dinamicità del mercato, mentre costituiscono un formidabile ostacolo all’innovazione tecnologica, gravano sul cittadino consumatore come maggior prezzo.
  4. Le procedure autorizzative costituiscono un pericoloso agente criminogeno. Laddove l’esercizio concreto del diritto viene a dipendere da un atto della pubblica amministrazione, la facoltà di esercitare il diritto (che costituisce l’oggetto dell’autorizzazione amministrativa preventiva) acquista un valore economico.  L’autorizzazione amministrativa, per il fatto di conferire “concretezza” a un diritto “astratto”, chiamato “interesse legittimo”, reca con sé un valore economico.
  5. Ovviamente tale valore non sussisterebbe, se il cittadino avesse la facoltà di esercitare il proprio diritto in forza della legge e non già in forza di uno specifico atto amministrativo. Intorno a questo valore economico, privo di utilità sociale, e consistente in un permesso politico, si realizzano gli scellerati patti corruttivi tra il “concedente” e il “concessionario”.   E chiunque può osservare che, in una determinata comunità sociale, il tasso di corruzione aumenta in funzione del numero dei permessi amministrativi e della discrezionalità politica.  Ogni ostacolo all’esercizio di un diritto del cittadino costituisce occasione di corruttela o, nella migliore delle ipotesi, di clientelismo e nepotismo politico.
  6. L’Italia è agli ultimi posti nella graduatoria mondiale della libertà di iniziativa economica. Da qui nasce il programma di adeguare i nostri standards e le nostre procedure a quelli vigenti negli altri paesi occidentali.   Dobbiamo pervenire in tempi brevi a una drastica riduzione delle procedure autorizzative preventive; l’esercizio delle attività produttive e commerciali deve essere subordinato a una mera comunicazione di inizio attività, a seguito della quale si devono attivare i controlli amministrativi per la verifica del rispetto delle regole cautelari.  In questo modo, le procedure autorizzative sono sostituite dall’assunzione diretta di responsabilità da parte dell’imprenditore, che rimane comunque obbligato a rispettare le vigenti regole di sicurezza.

La politica di sicurezza e la giustizia penale

  1. In Italia coesistono stranamente due peculiarità, che sembrerebbero antitetiche: una scarsa garanzia del cittadino di fronte alla repressione penale; un basso livello di repressione penale nei confronti dei crimini che destano grande allarme sociale. Siamo riusciti a combinare insieme due cose che di solito non stanno insieme: il massimo dell’insicurezza sociale di fronte al crimine violento con il minimo delle garanzie dell’individuo di fronte agli apparati repressivi.  Questa stranezza tutta italiana si deve a due cause: l’effettività della pena si realizza in fase preventiva, più che in fase esecutiva; le indagini e la repressione sono indirizzati principalmente sul versante dei c.d. colletti bianchi, mentre la criminalità violenta viene considerata “minore”.
  2. La pena viene espiata più in fase preventiva che in fase esecutiva. Questa patologica inversione comporta ovviamente un numero abnorme di errori, poiché nella fase preventiva non è accertata la colpevolezza; e va di pari passo con la tendenza a sottovalutare la pericolosità sociale dei devianti violenti e sopravvalutare la pericolosità sociale di professionisti e imprenditori.  E’ di fatto tollerata la c.d. microcriminalità e addirittura incoraggiata, quando non direttamente finanziata col denaro pubblico, l’illegalità diffusa dei c.d. centri sociali.  Le misure contro l’immigrazione clandestina, già di per sé blande, vengono poste nel nulla dalla scarsità di mezzi e da mille resistenze politiche, amministrative e giudiziarie.
  3. Per contro il popolo italiano è il più intercettato del mondo, l’area della rilevanza penale si è estesa a dismisura ed è diventata sempre meno nitida la linea di confine tra lecito e illecito.  Spesso la semplice creazione della ricchezza è considerata attività sospetta, se non illecita tout court.  Il rischio penale del cittadino italiano è intollerabilmente alto, vuoi perché le sanzioni penali coprono anche aspetti comuni delle vita di relazione non particolarmente allarmanti, vuoi perché i criteri di applicazione delle norme sono molto variabili e nella fase preventiva si indulge con molta larghezza alla “custodia cautelare”, giustificata dal vago paradigma del “pericolo di inquinamento delle prove”, piuttosto che dalla reale pericolosità dell’indagato.
  4. E’ necessaria una radicale inversione di tendenza.  Gli italiani chiedono più sicurezza e certezza della pena, per un verso, garanzie di libertà e meno intercettazioni, per l’altro.  L’attività degli apparati di polizia di sicurezza e di polizia giudiziaria deve essere diretta prevalentemente nei confronti della criminalità violenta, che desta vero allarme sociale.  Si deve proteggere il territorio dall’immigrazione clandestina e le espulsioni degli stranieri che delinquono devono essere rapide ed effettive, seppure non sommarie e arbitrarie.
  5. La politica della sicurezza è compatibile con le garanzie della libertà.  Dobbiamo difenderci con le armi della democrazia, rispettando l’individuo e la sua privacy.  La garanzia della libertà del cittadino è affidata al giudice; ne deriva che la migliore garanzia per il cittadino è costituita dall’indipendenza del giudice e dalla sua insensibilità alle pressioni esterne.  L’organo giurisdizionale deve essere al di sopra delle parti, tanto lontano dall’accusa quanto dalla difesa.  Questa condizione di “terzietà” del giudice è compromessa in Italia, e solo in Italia, dall’appartenenza dell’organo dell’accusa, pubblico ministero, allo stesso ordine e allo stesso apparato dei giudici.  E’ vitale perciò separare nettamente la carriera del giudice dalla carriera del pubblico ministero.  Solo se i due non sono “colleghi”, il giudice può esercitare la giurisdizione super partes e il cittadino può confidare nella sua serena, equidistante ed equilibrata valutazione dei capi d’accusa.
  6. E’ necessario inoltre che il potere politico non subisca i ricatti e le pressioni del potere giudiziario. E’ del tutto evidente che in una democrazia liberale ogni singolo potere non può essere irresponsabile e incontrollato. Deve vigere un trasparente sistema di check and balance, al fine di difendere l’individuo e la comunità da eventuali abusi di qualsiasi potere: politico, militare, economico, giudiziario, religioso, scientifico.  Nessuno di questi poteri può pretendere di obbedire ad un semplice quanto insufficiente “autocontrollo”.

La politica sociale

  1. Il criterio che può arginare correttamente l’eccesso d’intervento pubblico risiede nel principio di sussidiarietà. Tale principio discende dalla priorità logica e ontologica dell’uomo (fine) rispetto allo stato (strumento).   Se lo stato è posto a servizio delle esigenze umane, l’uomo ne dispone nei limiti della sua utilità: laddove e fin dove i bisogni umani possono esser soddisfatti con l’intervento dei privati o delle libere associazioni dei privati, l’intervento dello Stato non è necessario.  E quando non è necessario, il più delle volte è controproducente, perché si realizza mediante atti autoritari.  L’intervento dello Stato si giustifica appieno in quel territorio dove il monopolio del potere di coercizione non può essere surrogabile in alcun modo; negli altri campi, si giustifica solo in funzione di supplenza, non già in funzione sostitutiva.
  2. La libertà di mercato è pienamente conciliabile con la politica sociale, proprio perché la nostra libertà è geneticamente sociale. Non bisogna guardare con sfiducia e disfavore alla libera iniziativa imprenditoriale, che costituisce il motore dello sviluppo economico e la condizione della prosperità sociale.  Gli interventi politici non devono tendere a sovrapporre la volontà politica alla libera dinamica del mercato; devono tendere invece a tutelare le condizioni della libera concorrenza e ostacolare le formazioni monopolistiche.  Il governo della cosa pubblica non deve essere agente di mercato e attore nel mercato, bensì arbitro super partes che detta le regole del gioco; beninteso le regole che favoriscono il gioco, non quelle che lo impastoiano.
  3. Alla politica compete l’intervento a sostegno dei più deboli, nel rispetto del principio di sussidiarietà e delle regole di mercato. La politica sociale non deve demotivare il rischio individuale e prefigurare ai cittadini un percorso di vita stereotipato, privo di inventiva e apporto personale, “dalla culla alla tomba”.  Non si devono addormentare le coscienze e sopire le responsabilità; bisogna essere consapevoli che assunzione personale del rischio e sentimento di responsabilità vanno di pari passo.  Gli ammortizzatori sociali non devono esser diretti a remunerare la scelta di non lavorare, bensì ad assistere il lavoratore nei periodi di riqualificazione e riconversione. Con espressione sintetica si può dire che al welfare state preferiamo la welfare society o welfare community; al c.d. stato sociale l’economia sociale di mercato.
  4. L’area dell’interesse pubblico e l’area dell’intervento pubblico non coincidono necessariamente. Lavoriamo dunque per una società nella quale privato e statale possano cooperare e competere nell’offerta dei servizi, lasciando ai cittadini e alle famiglie la libertà della domanda.  Il nostro modello di solidarietà sociale è ben diverso da quello caro alla sinistra italiana, che postula il monopolio statalistico di una presunta solidarietà, coatta e coattiva, che non è vera solidarietà.  La nostra socialità non si identifica con l’aliquota fiscale, giacché trae il primigenio alimento dalle appartenenze comunitarie rappresentate dalle famiglie, dalle associazioni sociali, dal volontariato e dal no-profit. In sintesi, la nostra socialità è ispirata al principio di sussidiarietà orizzontale che antepone l’ordinamento spontaneo dei rapporti sociali al costruttivismo delle burocrazie e degli apparati.
  5. La famiglia costituisce il nucleo essenziale e la cellula vitale del corpo sociale, come riconosciuto dalla nostra Costituzione. Essa è la sede primaria della formazione dell’essere umano, al cui interno si costituiscono e sviluppano rapporti naturali, autonomi e intangibili.  Il sostegno dello stato deve rispettare le libere scelte educative e formative dei genitori; deve avere carattere ausiliario e non sostitutivo; deve essere guidato dalla consapevolezza che la famiglia, in molti casi, assolve funzioni di tutela dei componenti in condizioni di debolezza o di bisogno più efficacemente di quanto possa fare lo stato.
  6. In ambito scolastico non è tollerabile alcun monopolio culturale ed educativo. Lo stato non deve imporre i suoi programmi di insegnamento, né giovarsi di condizioni di privilegio; deve assicurare la libera competizione tra scuola pubblica e privata, confessionale e aconfessionale, in modo che l’offerta formativa sia diversificata e la libera dinamica della domanda e dell’offerta possa migliorare il servizio, a vantaggio dell’utente. In questa logica, è necessario che le famiglie possano utilizzare discrezionalmente un bonus presso l’istituto scolastico di gradimento, senza alcun vincolo di appartenenza territoriale o di altra natura.
  7. Elementi di concorrenzialità devono essere immessi in tutti gli ambiti della vita associata (per esempio, assistenza medica, previdenza, università etc,), nei quali non si esige il monopolio coercitivo dello stato, il quale, a ben vedere, ha ragion d’essere solo per l’ordine pubblico interno, la difesa estera, la giustizia, i lavori pubblici, la gestione dei beni demaniali e i servizi anagrafici. Al di fuori di questi settori, l’interesse di tutti può essere perseguito in assenza del monopolio pubblico, sicché il libero associazionismo e le fondazioni senza scopo di lucro possono svolgere un ruolo determinante.  L’uomo vive nel consorzio sociale e la sua libertà si realizza nella dinamica della società aperta.  Lo Stato deve tutelare questa dinamica, non deve sostituirla, amministrarla o indirizzarla ai suoi fini.  I liberi consorzi umani sono la vera ricchezza della società; la libertà di insegnamento e di educazione è la fonte primaria di questa ricchezza.

L’identità nazionale

  1. L’Occidente non definisce tanto un’area geografica, quanto un soggetto storico morale, la cui identità è segnata da un codice di principi etico-giuridici, fondati sulla libertà. L’Occidente è per noi quella tavola di valori che fonda l’ordine naturale della vita sull’autonomia del soggetto, sulla libertà della persona e sulla pari dignità della donna.  A nostro giudizio, la civiltà occidentale, basata sulla libertà della persona, è tributaria di molti apporti storico-ideali. L’humus che ha fecondato la nostra libertà si è formato innanzitutto nell’alveo della civiltà greco-romana, cui si devono la prima rappresentazione della persona come centro di imputazione di diritti e la valorizzazione della razionalità umana; nella tradizione giudaico-cristiana si sono forgiati il principio della pari dignità della persona e il principio d’indipendenza del foro interno dell’etica rispetto al foro esterno del diritto e della politica; l’illuminismo ha portato a compimento il processo di laicizzazione dello Stato e ha sfrondato il sapere scientifico dagli ultimi residui di irrazionalismo.  In questo lungo percorso secolare si è formato ciò che noi chiamiamo Occidente; disconoscerne le radici significa disconoscere la nostra storia e la nostra identità.
  2. Di queste radici greco-romane, giudaico-cristiane e illuministiche si nutre la nostra identità nazionale. Abbiamo il dovere di difenderla e valorizzarla, nella pacifica convivenza con le altre nazioni; non possiamo disperderla nell’indistinto mare magnum del multiculturalismo senza radici.  Si pone dunque un problema di identità-sovranità nazionale, sotto tre profili.
  3. Il primo profilo della questione attiene alla difesa dei confini. Uno stato che non difende i propri confini dagli ingressi irregolari, non esercita la sua sovranità.  Rendere permeabili i propri confini – in nome di una malintesa “accoglienza”, che non risolve certamente i problemi degli “accolti” e aggrava di molto i problemi degli “accoglienti” – significa molto semplicemente rinunciare all’esercizio della sovranità territoriale.  E fin quando i nostri confini saranno nostri, non dovremo tollerare che l’obbligo di ”accogliere” gli immigrati irregolari ci venga imposto dall’Unione Europea.
  4. Il secondo profilo attiene al rispetto delle regole della nostra civiltà giuridica da parte degli “accolti”. Tollerare che nelle comunità islamiche viga la legge della shaaria, sia ignorata la parità tra uomo e donna, siano celebrati matrimoni poligamici, significa ancora una volta rinunciare all’esercizio della sovranità.  La tolleranza non deve riguardare la predicazione e la pratica dell’intolleranza. Il rispetto di tutte le idee non può riguardare l’idea che la comunità islamica dei “fedeli” abbia un ordinamento giuridico diverso e confliggente con quello di tutti gli altri, in quanto “infedeli”, giacché tollerare la coesistenza di due ordinamenti equivale a cancellare dai nostri tribunali la scritta “la legge è uguale per tutti”.
  5. Il terzo profilo della questione attiene ai rapporti interni all’Unione Europea. La sudditanza psicologica e il complesso d’inferiorità nei confronti del Nord Europa ci hanno fatto subire nel tempo, senza alcun sussulto d’orgoglio: la supervalutazione dell’euro nei confronti della lira; innumerevoli regolamenti e direttive lesivi degli interessi nazionali; il famigerato Fiscal Compact, che oggi imbavaglia la nostra politica di bilancio; i tanti “compiti a casa”, salutati allegramente dalla nostra stampa supina come salvifici, perché “così vuole l’Europa” (ossia la nostra mamma).  Secoli di dominio straniero hanno ridotto e mortificato a tal punto l’animo italico, che le solite elites intellettuali hanno sempre accolto con gioia ogni espressione del predominio altrui, prima definibile come asse franco- tedesco, oggi come “Deutsche uber alles”.  Forse solo ora – con grande e colpevole ritardo – anche costoro (quegli stessi che ironizzavano, piuttosto che indignarsi, sui sorrisetti di Merkel e Sarkozy alle spalle di Berlusconi) comprendono che l’Unione Europea somiglia sempre di più alla Pangermania.
  6. E’ tempo di rivendicare in senso all’UE pari dignità con gli altri partners e dare vita a una nuova stagione dei rapporti interni. Se l’UE rinuncia a una politica di identità europea, di difesa dei confini europei e di lotta al terrorismo islamico, vengono meno le ragioni fondanti dell’Unione.  E’ paradossale che la moneta unica sia l’alfa e l’omega degli interessi e dei valori condivisi, a fondamento della politica europea.  Stiamo insieme per avere una moneta unica, fine a se stessa; mentre nella geopolitica internazionale non esistiamo.  Nel consesso internazionale, la flebile voce dell’Europa, per bocca della sig.ra Mogherini, nel migliore dei casi, è percepita appena come un vagito infantile.  E’ tempo che il gigante economico e nano politico chiamato UE, da espressione degli gnomi di Francoforte e della burocrazia di Bruxelles, diventi espressione dell’Europa dei popoli.  L’Italia deve contribuire a questo cambiamento con fermezza e decisione; se il costo dovesse essere la fuoriuscita dall’euro, il nostro popolo apprezzerebbe la nobiltà del fine e sarebbe disponibile a sacrificarsi per una buona causa.