Lockdown incostituzionale per eccesso di delega legislativa – L’art. 24 Codice Protezione civile

Per combattere la pandemia, siamo tutti confinati a casa da provvedimenti “dell’autorità” (vedremo poi come individuarla).

Ci si domanda : è “giusto”? E’ “lecito”? E’ “legittimo”?

Proviamo a definire qualche concetto e a dare una risposta essenziale a questi interrogativi.

E’ GIUSTO?

Il termine ha diverse accezioni; si reputa giusto ciò che, secondo il comune sentire, si ritiene conforme al vero, ragionevole, opportuno ed equilibrato, o in linea col diritto naturale.

Qui il problema è tecnico e soccorrono le buone pratiche della scienza medica, che indicano quali soluzioni adottare per evitare il contagio della comunità e la sofferenza o la morte di molte persone.

Nel caso specifico, l’efficacia del c.d. distanziamento sociale (termine un po’ infelice) non è messa seriamente in discussione. Direi quindi che la risposta è sì, l’isolamento personale temporaneo è senz’altro “giusto”, nei limiti di durata consigliati dalla medicina (a livello individuale: a livello di popolazione, occorre sentire anche esperti di altri settori della conoscenza, per contemperare una serie di interessi; ma non è questo il luogo per trattarne).

E’ LECITO?

Qui passiamo dal tema astratto del “giusto” comportamento alla questione giuridica, ossia se l’intervento impositivo dell’autorità pubblica sia conforme al diritto .

Si considera lecito ciò che è conforme alla legge morale o al diritto naturale. Potremmo dire quindi che lecito significa “giusto”, stavolta non come soluzione tecnica, ma in relazione al comportamento dello Stato nei confronti del cittadino.

Nella fattispecie, si tratta della limitazione d’imperio della libertà personale mediante l’ordine di “restare a casa”, con la connessa sanzione amministrativa ed eventualmente penale per l’inosservanza.

Il tema non è un tabù per i minarchici, perché le emergenze sanitarie sono riconducibili alle questioni di sicurezza pubblica, e non possono essere gestite in modo volontaristico, ma necessitano – obiettivamente – di un’autorità per coordinare l’azione dei cittadini, in modo da poter agire rapidamente e senza contestazioni, acquisendo anche coattivamente risorse e mezzi per affrontare la calamità. Dunque la liceità in astratto dell’intervento pubblico non può seriamente contestarsi.

Tuttavia, la liceità in concreto è strettamente legata al modus dell’intervento, e per capire ciò bisogna rispondere anche al quesito successivo.

E’ LEGITTIMO?

Il concetto di legittimità si differenzia da quello di liceità, perché riguarda la corrispondenza di un provvedimento determinato – anziché astratto – non alla legge morale o al diritto naturale, ma al diritto positivo, ossia alle norme scritte. Insomma, dal diritto teorico scendiamo nel concreto dell’interpretazione giuridica.

I decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) di queste settimane, in particolare, hanno posto delle fortissime limitazioni alla libertà di circolazione, con tutta una serie di prescrizioni particolareggiate – poste addirittura dalle autorità locali – da osservare da parte della popolazione.

Prima di verificare la correttezza dell’iter normativo seguito, è necessario un breve excursus sui presupposti giuridici dell’intervento.

La fonte primaria del diritto positivo dello Stato italiano è la Costituzione. Cosa dice al riguardo della libertà?

Il principio-cardine, espresso e ripetuto nelle diverse norme del Titolo primo della Parte prima (artt.13-28), è che le libertà del cittadino sono inviolabili, nelle loro diverse forme (personale, di domicilio, di corrispondenza, di circolazione, di soggiorno, di riunione, di associazione, religiosa, di opinione, con tutti i diritti connessi).

Sulla libertà di circolazione in particolare – oggetto del lockdown – l’art. 16, primo comma, Cost. dispone: “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza.”.

Chiariamo due concetti-chiave nella norma alla luce dei lavori preparatori alla Costituzione :

– i “motivi di sanità” si riferiscono proprio al caso delle epidemie;

– “in qualsiasi parte del territorio nazionale”: con questo inciso si volle escludere che le Regioni potessero porre limiti alla circolazione e al soggiorno dei cittadini.

L’art. 16 è anche chiaro nel porre una riserva di legge, come in tutti i casi di restrizione delle libertà. In altri termini, le limitazioni alla circolazione e al soggiorno possono essere previste solo dalla legge dello Stato (non dagli atti normativi degli enti locali, ad es.).

Ma ai fini interpretativi, nel caso in esame, rileva anche l’art. 23 Cost., per il quale “nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”. Ora, non può seriamente porsi in dubbio che l’ordine di “restare a casa” costituisca una prestazione personale imposta.

Anche l’art. 23 riserva solo alla legge la possibilità di imporre prestazioni personali al cittadino. Dunque conferma e rafforza la necessità che sia la legge dello Stato, non un atto amministrativo, per quanto apicale come il DPCM, a poter limitare, nei casi previsti (riserva c.d. rafforzata) la circolazione personale.

E’ vero però che la riserva di legge, in determinati casi, può essere “relativa”, perché gli atti aventi forza di legge non sono solo le leggi formali, emanate dal Parlamento, ma anche:

– i decreti legislativi, o delegati dal Parlamento al Governo, previsti – peraltro con una formulazione particolarmente diffidente – dall’art. 76 Cost.: “L’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principî e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti”;

– i decreti-legge del Governo, anche questi non ben visti dal legislatore costituente, disciplinati dall’art. 77: “Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria.

Quando, in casi straordinari di necessità e d’urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni.

I decreti perdono efficacia sin dall’inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti.”.

Alcuni chiarimenti su questi due articoli, sempre alla luce dell’esame dei lavori preparatori alla Costituzione.

Circa la delega legislativa, i costituenti precisarono che “deve essere ammessa non per materia ma per oggetto, intendendosi per tale parola uno scopo ben definito; e “oggetti definiti” fu la dizione definitiva: dalla quale deriva pertanto un divieto al potere legislativo a concedere a quello esecutivo deleghe generiche per la disciplina di “materie””.

Circa l’opportunità di prevedere il decreto-legge, istituto controverso anche sotto la vigenza dello Statuto albertino, molto si discusse tra i costituenti. Per non menomare le garanzie per i cittadini “nella Commissione dei 75 (…) si volle deliberatamente escludere nella maniera più assoluta la possibilità per il Governo di emanare norme aventi efficacia di leggi ordinarie”. E Meuccio Ruini, Presidente della Commissione (nonché del Consiglio di Stato) osservò che “ l’immediato intervento e l’apposita convocazione delle Camere sono un freno molto sensibile per il Governo il quale saprà, nell’emettere decreti-legge, di dover presentarsi subito al Parlamento per affrontare un giudizio di responsabilità che è implicito nell’atto di conversione, e nulla vieta che diventi esplicito ove il decreto-legge risulti ingiustificato e ispirato a criteri antiliberali e antidemocratici”.

Infine, siccome l’analogia tra l’emergenza sanitaria e lo stato di guerra non è astrattamente infondata (“guerra al coronavirus”), occorre ricordare che l’art. 78 Cost. dispone : “Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari”. Si noti infatti che il Governo -anche in tal caso – non ha “né pieni poteri, né poteri adeguati; necessari mi pare l’espressione migliore” (A.C. pag. 1402).

Torneremo tra poco sul tema.

Alla luce delle norme viste, è chiaro quindi che la prima verifica da fare, per accertare la legittimità dell’intervento, è se esista una legge, o almeno un atto avente forza di legge, che deleghi il Governo nel caso concreto, legittimandolo a intervenire sui diritti costituzionali dei cittadini nell’attuale situazione.

In effetti, esiste il decreto legislativo 2 gennaio 2018 n. 1, ossia il Codice della protezione civile, una specie di testo unico che, in base alla legge delega 16 marzo 2017, n. 30, ha delegato il Governo “ad adottare, entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi di ricognizione, riordino, coordinamento, modifica e integrazione delle disposizioni legislative vigenti che disciplinano il Servizio nazionale della protezione civile e le relative funzioni, in base ai principi di leale collaborazione e di sussidiarietà e nel rispetto dei principi e delle norme della Costituzione e dell’ordinamento dell’Unione europea”.

E’ stato proprio in base ad esso che il Consiglio dei Ministri ha deliberato, il 31 gennaio scorso lo stato d’emergenza, cui i provvedimenti che hanno limitato la libertà personale fanno riferimento, non solo i famosi DPCM, ma addirittura le ordinanze dei Presidenti delle Regioni e addirittura dei Sindaci, definiti dal Codice “autorita’ territoriali di protezione civile” ; i quali, in base all’art. 6 “sono responsabili, con riferimento agli ambiti di governo e alle funzioni di competenza e nel rispetto delle vigenti normative in materia: a) del recepimento degli indirizzi nazionali in materia di protezione civile (…).”

Vedremo poi come abbiano interpretato il loro ruolo.

Andiamo a questo punto a vedere da vicino questo Codice (varato dal Governo Gentiloni), che definisce il Servizio Nazionale come “il sistema che esercita la funzione di protezione civile costituita dall’insieme delle competenze e delle attivita’ volte a tutelare la vita, l’integrita’ fisica, i beni, gli insediamenti, gli animali e l’ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da eventi calamitosi di origine naturale o derivanti dall’attivita’ dell’uomo.” (art. 1).

In base all’art. 5 (Attribuzioni del Presidente del Consiglio dei ministri) “Il Presidente del Consiglio dei ministri, per il conseguimento delle finalita’ del Servizio nazionale, detiene i poteri di ordinanza in materia di protezione civile, che puo’ esercitare, salvo che sia diversamente stabilito con la deliberazione di cui all’articolo 24, per il tramite del Capo del Dipartimento della protezione civile, e determina le politiche di protezione civile per la promozione e il coordinamento delle attivita’ delle amministrazioni dello Stato, centrali e periferiche, delle regioni, delle citta’ metropolitane, delle province, dei comuni, degli enti pubblici nazionali e territoriali e di ogni altra istituzione e organizzazione pubblica o privata presente sul territorio nazionale.

Gli eventi che costituiscono emergenza sono definiti in modo un po’ generico e tautologico dall’art. 7 del Codice: sono le “emergenze connesse con eventi calamitosi di origine naturale o derivanti dall’attività dell’uomoclassificate con criterio geografico; quelle di rilievo nazionale in ragione della loro intensità o estensione debbono, con immediatezza d’intervento, essere fronteggiate con mezzi e poteri straordinari da impiegare durante limitati e predefiniti periodi di tempo ai sensi dell’articolo 24”.

Per l’art. 23 (“Dichiarazione dello stato di mobilitazione del Servizio nazionale della protezione civile”) “In occasione o in vista di eventi di cui all’articolo 7 che, per l’eccezionalità della situazione, possono manifestarsi con intensità tale da compromettere la vita, l’integrità fisica o beni di primaria importanza, il Presidente del Consiglio dei ministri, con proprio decreto da adottarsi su proposta del Capo del Dipartimento della protezione civile, su richiesta del Presidente della Regione o Provincia autonoma interessata che attesti il pieno dispiegamento delle risorse territoriali disponibili, dispone la mobilitazione straordinaria del Servizio nazionale a supporto dei sistemi regionali interessati mediante il coinvolgimento coordinato delle colonne mobili delle altre Regioni e Province autonome e del volontariato organizzato di protezione civile” .

Cruciale si rivela l’art. 24 : “(Deliberazione dello stato di emergenza di rilievo nazionale)Al verificarsi degli eventi che, a seguito di una valutazione speditiva svolta dal Dipartimento della protezione civile sulla base dei dati e delle informazioni disponibili e in raccordo con le Regioni e Province autonome interessate, presentano i requisiti di cui all’articolo 7, comma 1, lettera c), ovvero nella loro imminenza, il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, formulata anche su richiesta del Presidente della Regione o Provincia autonoma interessata e comunque acquisitane l’intesa, delibera lo stato d’emergenza di rilievo nazionale, fissandone la durata e determinandone l’estensione territoriale con riferimento alla natura e alla qualita’ degli eventi e autorizza l’emanazione delle ordinanze di protezione civile di cui all’articolo 25.

N.B.: Secondo il terzo comma dell’articolo “La durata dello stato di emergenza di rilievo nazionale non puo’ superare i 12 mesi, ed e’ prorogabile per non piu’ di ulteriori 12 mesi.” Ciò significa che il Governo puo’ autonomamente protrarre la durata dell’emergenza fino a 2 anni, senza che le Camere possano intervenire (a meno che non modifichino il Codice).

L’art. 25 (“Ordinanze di protezione civile”) al primo comma dispone: “Per il coordinamento dell’attuazione degli interventi da effettuare durante lo stato di emergenza di rilievo nazionale si provvede mediante ordinanze di protezione civile, da adottarsi in deroga ad ogni disposizione vigente, nei limiti e con le modalita’ indicati nella deliberazione dello stato di emergenza e nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico e delle norme dell’Unione europea (non si cita espressamente la Costituzione, n.d.r.). Le ordinanze sono emanate acquisita l’intesa delle Regioni e Province autonome territorialmente interessate e, ove rechino deroghe alle leggi vigenti, devono contenere l’indicazione delle principali norme a cui si intende derogare e devono essere specificamente motivate.

Si noti che per il 3° comma dell’articolo in esame “Le ordinanze di protezione civile non sono soggette al controllo preventivo di legittimità di cui all’articolo 3 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, e successive modificazioni.”.

Questo, dunque, il quadro normativo attuale di base, in tema di emergenza.

Come ha agito il Governo nella vicenda? Con una serie stucchevole di provvedimenti di varia natura : al 10 aprile – in poco più di 2 mesi – risultano emessi i seguenti 21 provvedimenti:

– 5 decreti-legge : 23 febbraio (l’unico sinora convertito, con modificazioni dalla L. 5.3.20 n. 13), 2 , 9, 17 e 25 marzo;

– 9 DPCM (sulla base del Codice della PC) : 1, 4, 8, 9, 11, 22 marzo, 1 e 10 aprile (2);

– 1 D.M. (SVEC) 25 marzo

– 3 Ordinanze MinSalute: 30 gennaio, 20 e 22 marzo;

– 1 Circolare MinInterno: 14 marzo

– 1 Direttiva MinInterno ai Prefetti : 8 marzo, in riferimento al DPCM

– 1 Delibera del Consiglio dei Ministri 31 gennaio (Dichiarazione dello stato di emergenza)

Inutile dire che a tale superfetazione normativa – in cui si rilevano anche deleghe di secondo grado e D.L. in cui si fanno salvi gli effetti dei DPCM emanati ai sensi di precedenti D.L. – abbia fatto seguito anche il caos interpretativo, per cui il diritto di circolazione del cittadino, costituzionalmente garantito, ha dovuto subire non solo l’onta della limitazione à la carte da autorità locali che sono state investite del compito di fornire prescrizioni di dettaglio ai cittadini dei loro territori, ma anche ad opera di meri esecutori come forze dell’ordine che hanno interpretato le prescrizioni nazionali e locali con criteri arbitrari.

Una intollerabile violazione e incertezza del diritto. Cui ha fatto da contraltare anche un sistema mediatico in genere tecnicamente e moralmente non all’altezza della situazione, affetto da una piaggeria davvero stucchevole verso l’Esecutivo, mai incalzato duramente sulla questione (“non è il momento di fare polemiche”).

In sostanza, il Governo :

ha dapprima utilizzato il Codice della Protezione civile per dichiarare lo stato di emergenza sanitaria (Delibera del Consiglio dei Ministri 31 gennaio; si noti la subdelega di cui al punto 2 della Delibera: “Per l’attuazione degli interventi di cui dell’articolo 25, comma 2, lettere a) e b) del decreto legislativo 2 gennaio 2018, n. 1, da effettuare nella vigenza dello stato di emergenza, si provvede con ordinanze, emanate dal Capo del Dipartimento della protezione civile in deroga a ogni disposizione vigente e nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico , nei limiti delle risorse di cui al comma 3”);

ha poi utilizzato il decreto-legge per limitare in generale la libertà di circolazione e soggiorno:

Art. 1 D.L. 23 febbraio conv. L. 5.3.20 n. 13 – Misure urgenti per evitare la diffusione del COVID-19

1. Allo scopo di evitare il diffondersi del COVID-19, nei comuni o nelle aree nei quali risulta positiva almeno una persona per la quale non si conosce la fonte di trasmissione o comunque nei quali vi e’ un caso non riconducibile ad una persona proveniente da un’area gia’ interessata dal contagio del menzionato virus, le autorita’ competenti sono tenute ad adottare ogni misura di contenimento e gestione adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica.

2. Tra le misure di cui al comma 1, possono essere adottate anche le seguenti: (omissis)

(Ecco la subdelega generica. Un elenco di interventi restrittivi possibili, per l’individuazione delle quali in concreto si delega ad autorità esecutive inferiori, n.d.r.)

Art. 3 – Attuazione delle misure di contenimento

1. (omissis)

2. Nelle more dell’adozione dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri di cui al comma 1, nei casi di estrema necessita’ ed urgenza le misure di cui agli articoli 1 e 2 possono essere adottate ai sensi dell’articolo 32 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, dell’articolo 117 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, e dell’articolo 50 del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, approvato con decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.

3. Sono fatti salvi gli effetti delle ordinanze contingibili e urgenti gia’ adottate dal Ministro della salute ai sensi dell’articolo 32 della legge 23 dicembre 1978, n. 833.

4. Salvo che il fatto non costituisca piu’ grave reato, il mancato rispetto delle misure di contenimento di cui al presente decreto e’ punito ai sensi dell’articolo 650 del codice penale.

5. Il Prefetto, informando preventivamente il Ministro dell’interno, assicura l’esecuzione delle misure avvalendosi delle Forze di polizia e, ove occorra, delle Forze armate, sentiti i competenti comandi territoriali.

La subdelega è esplicita ad es. nel D.L. 25 marzo 2020 n. 19, art. 3 (Misure urgenti di carattere regionale o infraregionale) “Nelle more dell’adozione dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri di cui all’articolo 2, comma 1, e con efficacia limitata fino a tale momento, le regioni, in relazione a specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario verificatesi nel loro territorio o in una parte di esso, possono introdurre misure ulteriormente restrittive, tra quelle di cui all’articolo 1, comma 2, esclusivamente nell’ambito delle attivita’ di loro competenza e senza incisione delle attivita’ produttive e di quelle di rilevanza strategica per l’economia nazionale. 2. I Sindaci non possono adottare, a pena di inefficacia, ordinanze contingibili e urgenti dirette a fronteggiare l’emergenza in contrasto con le misure statali, ne’ eccedendo i limiti di oggetto cui al comma 1”.

CONCLUSIONI

Cerchiamo di tirare le fila del complesso discorso.

La dottrina dominante riconosce che lo Stato possa, in determinate condizioni (emergenze e guerra) comprimere o sospendere alcuni diritti costituzionali del cittadino (non tutti: ad es. la tortura non è mai ammessa, neppure in caso di guerra).

E ammette la possibilità della limitazione del diritto di circolazione anche in relazione ad emergenze diverse dalla guerra, come quelle sanitarie. In tal caso, occorre però ricorrere alla legge, al decreto-legge o alla legge delega che riconoscano lo stato di emergenza e conferiscano al Governo i poteri necessari.

E qui si registra un’incongruenza tra il dettato costituzionale e la normativa vigente.

E’ vero infatti che il Codice della Protezione civile è un decreto legislativo, per cui la riserva di legge relativa risulta formalmente rispettata.

Ma non esiste solo la forma, il diritto è anche sostanza.

Personalmente, ritengo che nel caso in esame si sia in presenza di una grave patologia della delega della funzione legislativa, per i motivi seguenti.

Anzitutto, va tenuto presente che per i Testi Unici, come è il Codice P.C., le deleghe sono considerate anomale, perché il Parlamento non conferisce alcuna direttiva al Governo, che dunque deve ricavarla dalle disposizioni che deve coordinare. In queste ipotesi bisogna essere estremamente cauti, perché va ricordato il divieto di deleghe legislative generiche (v. sopra).

Poi, va precisato un concetto, come ricordato dai lavori preparatori all’art. 23 Cost.: quando la norma dice che nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge, “sarebbe non giustificata illazione volgere la frase al positivo e trarne la conseguenza che per legge può essere imposta qualsiasi prestazione. Nel fissare prestazioni la legge dovrà sempre tener conto dei diritti e delle libertà garantiti al cittadino dalla Costituzione”.

E allora è evidente che la questione della costituzionalità o meno dell’iter normativo predisposto dal Governo non sia formale, ma sostanziale.

Formalmente, le procedure sono state rispettate. C’è stata una dichiarazione di emergenza deliberata dal Consiglio dei Ministri in base all’art. 24 del Codice della Protezione civile, atto avente forza di legge; ci sono poi stati i DPCM previsti da tale Codice, e diversi decreti-legge, ecc..

Non c’è stata sicuramente un’illegittimità formale, ossia una violazione procedurale.

Ma un abuso sostanziale, sì.

Il provvedimento abusivo è diverso da quello illegittimo, perché rispetta la correttezza formale ma stravolge i principi presupposti che ne costituiscono il fondamento, utilizzando le norme in modo distorto rispetto allo scopo previsto.

Abbiamo visto sopra come il legislatore costituente, memore della recente esperienza del Governo forte fascista, avesse ripetutamente diffidato della delega del potere legislativo all’esecutivo, ritenendola assolutamente straordinaria. E come i poteri delegati, persino in stato di guerra, non siano mai pieni, ma solo quelli “necessari”.

Come possa ritenersi ammissibile una delega permanente e in bianco (ossia da riempire a piacimento), prevista in un Codice che consente allo stesso esecutivo di attivarla in qualsiasi momento, di fatto esautorando il Parlamento, è un mistero. Non può ritenersi in linea coi principi della Costituzione un conferimento permanente e pieno di poteri attraverso un decreto legislativo sostanzialmente organizzativo come il Codice della Protezione civile.

In particolare, a mio avviso è incostituzionale l’art. 24, primo comma, del Codice della Protezione civile laddove stabilisce che la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale spetta al Consiglio dei Ministri, anziché al Parlamento. So che questa norma non è del 2018 ma ha radici più risalenti, perché non fa che replicare il vecchio art. 5 della L. 225/92. Che evidentemente era una bomba a orologeria scoppiata adesso con il lockdown totale del Paese.

A rafforzare l’idea d’incostituzionalità, c’è anche l’analogia con lo stato di guerra. Si dice che siamo in guerra contro il coronavirus. Beh, se vale la metafora, lo stato di guerra lo dichiara ex art. 78 Cost. il Parlamento, non il Governo.

In definitiva, non mi sembra possibile dubitare – anche per ragioni di coerenza sistematica della Costituzione – che debba essere il Parlamento ad avere la competenza esclusiva in materia di dichiarazione dello stato di qualsiasi emergenza, anche sanitaria; e che tale dichiarazione debba prevedersi con apposita legge, da emanare caso per caso e non in via permanente, dando specifiche istruzioni al Governo non tanto organizzative (c’è già il Codice P.C. per questo) quanto per la specifica e “necessaria” – ossia minima indispensabile – limitazione dei diritti costituzionali coinvolti.

Invece attualmente, con il Codice P.C. non solo il Governo può dichiarare lo stato di emergenza con delibera “non soggetta a controllo preventivo di legittimità” (art. 24 comma 5) ma può anche, a sua esclusiva discrezione, prorogare l’emergenza fino a 24 mesi, e con essa la compressione dei diritti costituzionali.

No, qualcosa non quadra. E’ stato fatto un grosso errore di distrazione già nel 1992 con questa sostanziale delega in bianco all’esecutivo. Un nodo che viene al pettine oggi.

E da questo vizio primigenio derivano altre assurdità sistematiche. Come le Regioni o addirittura i Comuni che emettono Ordinanze per prendersela con le vecchiette che vanno al supermercato troppo spesso, e via farneticando.

Anche questo è il frutto avvelenato della delega permanente e in bianco al Codice P.C., che come visto considera i Presidenti delle Regioni e i Sindaci “autorita’ territoriali di protezione civile” e dunque in grado di comprimere anch’essi, a livello locale, i diritti costituzionali dei cittadini con le loro disparate ordinanze; addirittura con pretesa di sanzioni penali, in barba al principio di legalità e tassatività delle fattispecie criminose. Un fenomeno aggravato anche dal modo maldestro di legiferare, mediante l’uso di subdeleghe o deleghe di secondo grado (Governo che delega ulteriormente agli enti locali l’individuazione delle condotte dei cittadini da reprimere).

Davvero una babele cui la Corte costituzionale dovrebbe porre uno stop, chiarendo che solo il Parlamento è il depositario della dichiarazione dello stato di emergenza, che nella delega per gli aspetti esecutivi al Governo va accompagnato dagli specifici requisiti richiesti dall’ art. 76 Cost..

Concludendo: siamo di fronte ad una illegittimità costituzionale per eccesso di delega.

Ne deriva che tutte le ordinanze locali, che vietano le cose più naturali come andare a correre nel parco di muoversi oltre i 200 metri da casa o di dichiarare dove si stia andando o tutte le altre formule fantasiose usate che obbligano a compilare certificazioni cervellotiche sono abusive, carta straccia da buttare al macero. Se vi fermano, mettete a verbale una semplice dichiarazione tipo: “l’ordinanza è incostituzionale, e mi riservo di far valere i miei diritti in sede giudiziaria”.

Vedremo come andrà a finire.

Luca Maria Blasi

Avvocato cassazionista e Dottore commercialista titolare di Studio. Giudice tributario.

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