Perché i liberisti non devono lasciare agli statalisti il tema degli aiuti ai poveri.

“Se ti disinteressi della “politica” sarà essa ad occuparsi di te, e potrebbe non essere nel tuo interesse…”

Lasciare la materia della povertà in mano agli statalisti, concede loro il pretesto di costruire enormi apparati socio-assistenziali che, nelle intenzioni dichiarate, dovrebbero sconfiggere la povertà ma, negli esiti effettivi, la alimentano, attraverso il controllo e la gestione inefficace ed inefficiente di interi settori dell’economia sottratti ai liberi operatori economici che vengono limitati ed ostacolati nella loro capacità di produrre reddito.

Lo dimostra il fatto che nonostante la spesa assistenziale sia costantemente aumentata, il numero dei poveri assoluti è passato dai 3,1 milioni del 2011 ai 5,6 del 2021. L’assistenzialismo propugnato dagli statalisti genera la malattia che pretende di curare.

L’unico modo efficace per combattere efficacemente ed in modo duraturo la povertà, è la creazione di nuova ricchezza e posti di lavoro da parte di libere imprese che operino in un contesto a loro favorevole, “business friendly” ovvero caratterizzato da

– infrastrutture avanzate

– centrali energetiche per ridurre i costi e la dipendenza energetica;

– reti digitali e di telecomunicazioni;

– reti di collegamento e trasporti efficienti (strade, ferrovie, aeroporti, ponti);

– una tassazione competitiva rispetto a quella degli altri paesi OCSE , ancora meglio se attrattiva, semplice e stabile, che non cambi ogni anno e permetta di programmare nel lungo periodo e che non disincentivi al risparmio ed agli investimenti;

-una burocrazia snella;

-una giustizia certa e veloce;

-lavoratori preparati grazie a libere scuole, università e apprendistato in azienda;

-un cuneo fiscale competitivo (cioè, la differenza tra retribuzione lorda e netta) basso che permetta ai lavoratori maggiore disponibilità di reddito;

– una ricerca scientifica che consenta di migliorare i processi produttivi e di aumentare il valore aggiunto per unità di prodotto;

– un ambiente sicuro che garantisca l’incolumità degli individui e della proprietà privata.

In aggiunta, per far emergere un individuo dalla sua condizione di povertà, è necessario inserirlo nel mercato del lavoro, offrendogli un apprendistato in azienda per una mansione richiesta dal mercato. Per incentivare l’azienda ad assumere un lavoratore da formare si possono utilizzare vari incentivi fiscali e finanziari che riducano drasticamente il costo del lavoro ed il cuneo fiscale che, in Italia, con la percentuale del 49%. è il più alto al mondo. In attesa di ricevere l’offerta formativa in azienda, si può erogare al soggetto un sussidio che gli consenta di mantenersi transitoriamente ma sempre col vincolo di dover accettare qualunque formazione e lavoro lecito che gli venga offerto, pena la perdita immediata del sussidio stesso. Le imprese potranno attingere dagli elenchi dei beneficiari per le loro assunzioni agevolate: per questo scopo non è necessario approntare un complesso e costoso apparato per la gestione dei beneficiari (si veda la sostanziale inutilità dei Centri per l’impiego, dell’ANPAL e dei c.d. navigators) essendo sufficiente un sistema informatico di data base degli aspiranti lavoratori sussidiati, gestito con la tecnica della blockchain e da cui le imprese private di ricollocamento e formazione e le imprese disponibili ad assumere potranno attingere.

Queste misure, mirate chirurgicamente agli individui che entrano nella condizione di povertà e finalizzate a farli emergere velocemente da quella condizione, evitano tutta la costruzione socialista di interi enormi apparati statali il cui scopo sarebbe quello di fornire servizi essenziali ai meno abbienti, ma che in realtà finiscono per essere fini a essi stessi e servire solo a chi vi lavora e, con i loro costi fuori controllo, gravano permanentemente sui contribuenti innescando la spirale negativa tasse- decrescita-povertà- sussidi-tasse, finendo per essere essi stessi causa di quella povertà che si prefiggevano di sconfiggere. Infatti mentre un sussidio, erogato con le modalità indicate, è una misura temporanea legata alla transitoria condizione di povertà di un individuo, gli apparati statali sono definitivi e gravano strutturalmente sulla spesa pubblica con tutti gli effetti collaterali di clientelismo e corruzione. L’idea che per aiutare i poveri serva improntare l’intera struttura statale al principio ridistributivo, costruendo uno Stato Sociale Assistenziale da realizzarsi attraverso il finanziamento impositivo fortemente progressivo e la intermediazione statale massiccia della economia, con rapporto spesa pubblica/PIL al 55%, ha effetti deleteri permanenti sulla crescita economica e sul bilancio pubblico.

Un esempio concreto lo si può trarre dal caso svizzero in cui, ai poveri che hanno difficoltà ad acquistare la polizza sanitaria per accedere alla cure presso i vari ospedali gestiti dalla libera impresa , non si costruiscono ospedali statali ma li si aiuta migliorando la loro formazione professionale per renderla più rispondente alle figure richieste dalle imprese e con una integrazione in denaro, un sussidio che consenta loro di acquistare la polizza sanitaria in modo da non interferire con la efficiente ed efficace allocazione delle risorse operata dalle imprese nel libero mercato; quindi, invece di offrirgli la prestazione sanitaria statale imposta e preconfezionata, si preferisce lasciare integra la sua libertà di scelta di consumatore affinché anche quel sussidio non interferisca con il libero mercato. Non a caso, la Svizzera è tra i primi paesi al mondo per qualità della vita, libertà economiche e reddito pro capite. Al contrario, un apparato statale pletorico e ridistributivo traendo il suo finanziamento non dalla libera scelta del consumatore ma dal prelievo impositivo fiscale impedisce l’allocazione efficiente di risorse scarse che , ripetiamolo, si fonda sulla libera scelta del consumatore e si realizza, dato un sistema di prezzi, quando le imprese massimizzano i loro profitti ed i consumatori rendono massima la soddisfazione dei loro bisogni. Lo smantellamento dell’intero apparato social-assistenziale, che vale diverse centinaia di miliardi di euro, e la sua sostituzione con sussidi momentanei mirati ai singoli individui in condizioni di effettiva e reale povertà e finalizzati al veloce inserimento nel mercato del lavoro, consentirebbe una drastica riduzione della spesa pubblica, una drastica riduzione della pressione fiscale che incentiverebbe la nascita di nuove imprese l’attrazione di investitori esteri, il finanziamento di nuovi posti di lavoro la riduzione della disoccupazione, e conseguentemente la riduzione dei sussidi erogati con riflessi positivi sul bilancio pubblico e la possibilità di ulteriore riduzione delle tasse innescando un circolo virtuoso.

Per contrastare la società parassitaria di massa non basta attaccarla ma è necessario proporre soluzioni alternative non ideologiche, pragmatiche ed efficienti. Per quanto i liberali siano per un sistema non assistenziale fondato sul libero mercato e sul merito, è evidente che in in qualunque paese evoluto anche tra i più liberali, esiste una qualche forma di welfare seppur minimo e residuale, cioè non universalistico, in cui si prevedono sussidi per gli indigenti, i cosiddetti less eligibles. E’ necessario proporre una riforma complessiva degli ammortizzatori sociali introducendo uno strumento unico di sostegno, che potrebbe essere calcolato ad esempio sul modello delle imposta negativa di Friedman e pari alla deduzione di base del reddito delle persone fisiche calcolata sulla base del livelli di sussistenza ISTAT pubblicati annualmente.

Ovviamente la percezione di questo sussidio dovrebbe essere assoggettata al dovere di accettare qualunque lavoro lecito venga proposto al beneficiario sul modello del sudsidio Hartz4 adottato in Germania. In Italia la spesa statale per l’assistenza sociale è enorme 130 miliardi a cui va aggiunto il costo della inefficienza e del funzionamento degli enti pubblici improntati al principio redistributivo ed è anche molto iniqua e sperequata vedi durante il lockdown, trattamenti macroscopicamente diversi per coloro che non hanno lavorato:

– le partita Iva, 600 euro per due mensilità

– dipendente privato, cassa integrazione all’80% della retribuzione;

– percettore del reddito di cittadinanza 780 euro o superiore se con nucleo familiare per l’intero periodo ed oltre;

– dipendente statale regolarmente retribuito anche in assenza totale di attività lavorativa.

Oltre ad essere essere caratterizzata da gravi sperequazioni come sopra esposto, la spesa per ammortizzatori è anche inefficiente, erogata sotto forma di una miriade di diversi ed irrazionali ammortizzatori sociali: gli assegni familiari, gli 80 euro, Naspi, cassa integrazione ordinaria e straordinaria, cassa integrazione differenzia per particolari aziende (vedi Alitalia) contratti di solidarietà, bonus bebè, bonus studenti, bonus affitto, DIS-Coll, voucher baby sitting, pensione sociale, integrazione al minimo, reversibilità, reddito di inclusione, reddito di cittadinanza, (40 miliardi integrazione al minimo +reversibilità, 18 miliardi cig+disoccupazione, 38 miliardi assistenza sociale+ 17 miliardi reddito cittadinanza) per un totale di 114 miliardi. Tutta questa miriade di erogazioni statali alle persone fisiche andrebbe eliminata per sostituirla con un unico strumento di lotta alla povertà assoluta, uguale per tutti e a parità di requisiti, superando iniquità, inefficienze, cumuli, consentendo la razionalizzazione della spesa e migliori controlli. ed un notevole risparmio di spesa pubblica. Separando, inoltre, al livello della contabilità pubblica dei conti INPS ,la previdenza dall’assistenza per fare chiarezza su spese molto diverse tra loro per finalità e modalità di finanziamento, dato che il nostro modello di welfare prevede che per finanziare le pensioni una tassa di scopo, i contributi sociali, mentre l’assistenza è finanziata dalla fiscalità generale.

Ovviamente, dal punto di vista liberale e liberista, anche la gestione della previdenza andrebbe completamente liberalizzato. Fu un errore gravissimo introdurre nel 1972 il sistema pensionistico “a ripartizione”. Si iniziò ad erogare pensioni slegate da un effettivo accantonamento di capitale individuale accumulato. Ciò consentì successivamente la concessione di baby pensioni, pensioni d’oro, pensioni anticipate che hanno reso necessario l’applicazione di aliquote contributive elevatissime , il 40% (in Germania ad esempio l’aliquota è al 19%) rendendo il costo del lavoro insostenibile. È necessario ritornare ad un sistema “a capitalizzazione” individuale nel quale ciascun lavoratore, nell’ambito di un generale obbligo assicurativo, sia libero di ritagliarsi il proprio profilo pensionistico e sia in grado di monitorare giorno per giorno il proprio capitale pensionistico accumulato. In Italia i soldi che versate per la vostra pensione non finiscono in un fondo di vostra diretta proprietà nel quale i vostri versamenti vengono *capitalizzati* e che potete monitorare giorno per giorno, centesimo per centesimo, ma vengono assoggettati ad astruse e volubili contabilizzazioni che variano al continuo variare delle normative dei governi che si susseguono negli anni ed utilizzati per gli scopi più impropri, come pagare le baby pensioni, le pensioni calcolate sugli ultimi 2 mesi di retribuzione, i bonus cultura, ed altre varie e fantasiose assistenze e previdenze retributive, dato che l’INPS confonde la gestione assistenziale con quella previdenziale. Negli Stati Uniti nei quali vige il sistema a capitalizzazione l’età media del pensionamento è 60 anni, ma le persone possono liberamente scegliere di andare in pensione oltre i 70 anni. In Italia, invece di prendere atto del totale fallimento del sistema a ripartizione obbligatorio e del monopolio statale della previdenza ed avviare, di conseguenza, una totale riforma e liberalizzazione del sistema previdenziale, si preferisce colpevolizzare chi ha l’esigenza, ad esempio, per motivi fisici, di andare in pensione dopo i 62 anni, avendo versato 38 o 40 anni di contributi, obbligandolo a lavorare a vita solo per giustificare e mantenere in piedi un sistema previdenziale iniquo, inefficiente ed inefficace, nel quale le giovani generazioni hanno tutta probabilità di non prendere tra 50 anni alcuna pensione perché è uno “schema Ponzi” in cui l’ultimo rischia di rimanere con il cerino in mano: l’ennesimo disastroso errore commesso dalla gestione statalista e redistributiva di un settore economico come quello, ad esempio, quello assicurativo, che dovrebbe invece essere affidato alle libera impresa come correttamente indicato dai principi liberali e liberisti.

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