Una riorganizzazione liberale della prostituzione

di Ugo Rosenberg (autore del libro “Sex Work – La prostituzione in Europa…oltre i pregiudizi” , Ed. Croce – novembre 2020)


Nel 1958 la Senatrice socialista Lina Merlin pose fine alla regolamentazione statale della prostituzione; questa attività restò lecita ma furono posti, col divieto di favoreggiamento, grossi ostacoli per chi l’avesse voluta praticare. Il risultato fu quello di trasferire buona parte del fenomeno sulla strada, con un evidente peggioramento delle condizioni igieniche e di sicurezza e lasciando ampio spazio alle infiltrazioni malavitose. Negli ultimi sessant’anni grossi cambiamenti sono avvenuti nella nostra società: la maggiore emancipazione femminile, le politiche migratorie, la libera circolazione delle persone all’interno dell’Europa (almeno prima del Covid-19) e l’avvento di Internet hanno reso la legge del 1958 assolutamente anacronistica. Numerosi sono gli appelli per una revisione legislativa: alcuni auspicano norme ancora più repressive, altri ipotizzano un ritorno alle case chiuse, ma entrambe le proposte appaiono inadeguate. Coloro che vorrebbero “combattere” la prostituzione prendono come modello la legge svedese del 1999, che identifica tutte le prostitute come vittime (di tratta o di una disparità tra i sessi) e di conseguenza persegue penalmente i clienti per l’acquisto (o la richiesta di acquisto) di prestazioni sessuali. Questo sistema, ben lungi dal far scomparire la prostituzione, ha soltanto reso più vulnerabile la posizione di queste lavoratrici: esse operano in totale clandestinità e sono alla mercé di sfruttatori e clienti, non denunciano le violenze alla polizia per paura di essere individuate come prostitute (il che comporterebbe lo sfratto dall’abitazione in cui esercitano e ulteriori ostacoli alla loro vita familiare, sociale e professionale) e spesso svolgono pratiche non protette pur di guadagnare dei soldi in penuria di clienti.

Parimenti fuori dalla realtà è un ritorno alle “case chiuse”, il modello ottocentesco di regolamentazione della prostituzione introdotto nel 1855 nel Regno Sabaudo e proseguito poi nell’Italia unita. Si trattava di bordelli a gestione statale ove le prostitute esercitavano come lavoratrici dipendenti, senza alcuna libertà nella scelta dei clienti e delle prestazioni e per di più recluse giorno e notte in queste case quasi fossero delle prigioni. Qualcosa di non più concepibile per la nostra epoca; lo stesso obbligo di controlli medici periodici risulterebbe oggi una disposizione discriminatoria e priva di una reale efficacia nel contrasto alle malattie sessualmente trasmissibili, in un’epoca in cui si è ormai affermato l’uso del preservativo come valido e unico mezzo di prevenzione.

Sarebbe quindi opportuno confrontarsi con le esperienze fatte da altri paesi europei e in particolare con quanto avviene in Germania, Austria, Olanda e Svizzera, dove le prostitute vengono considerate come libere professioniste a tutti gli effetti (con relativi diritti e doveri, anche fiscali) e sono lecite anche forme di supporto per questa attività. Negli ultimi anni imprenditori privati hanno per esempio creato enormi centri benessere (i cosiddetti club FKK): strutture ricreative multifunzionali dotate di piscina, sauna, ristorante, cinema, ecc. Le lavoratrici del sesso vi si appoggiano pagando al gestore il solo biglietto di ingresso (di norma intorno agli 80 euro) e in cambio usufruiscono di un ambiente di lavoro molto pulito e sicuro, con  presenza di vigilanza e, in ogni stanza, di dispositivi di allarme.

Il libero mercato nei paesi appena citati ha favorito la nascita di molti club, eros center e case di appuntamento, rendendo assolutamente marginale (e talora persino inesistente) la prostituzione su strada, la forma più pericolosa per chi la esercita e più sgradevole per una consistente parte di opinione pubblica, per il suo impatto urbano. Consentire lo svolgimento dell’attività di prostituzione in strutture riconosciute fa sì che non vi siano coinvolti minori e, in genere, cittadine extracomunitarie, portando ad un grosso ridimensionamento di reati quali sfruttamento e tratta. Anche l’accesso a forme di assistenza sociale e sanitaria è enormemente facilitato.

In Italia l’approccio verso la prostituzione fatto di divieti, multe ai clienti e perfino attenzione della magistratura per feste private non produce alcun risultato positivo. Sarebbe ora che lo stato italiano smettesse di intromettersi nel fenomeno prostituzione, rimuovendo la visione atavica di comportamento contrario al buon costume. Superando tutte le ipocrisie va riconosciuto il fatto che in molti casi la prostituzione è un’attività svolta per libera scelta, che consente ottimi guadagni, che non fa del male a nessuno e che ha anche una, piaccia o no, funzione sociale. La prostituzione non è in sé una cosa cattiva, ma può essere pessimo il contesto in cui si pratica. Anche in un’ottica di contrasto alla tratta e facendo tesoro delle esperienze straniere, l’Italia ha bisogno in tema di prostituzione di un’iniezione di idee liberali!

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